Un insolito Rossini per la Sinfonica del Teatro Lirico di Cagliari

Il Teatro Lirico di Cagliari riapre dopo la pausa estiva con una preziosità, lo “Stabat Mater” di Gioachino Rossini, in cartellone prossimamente anche con la sua opera più celebre, “Il Barbiere di Siviglia”, in occasione dei 150 anni dalla sua morte. Due lavori che mostrano due diverse facce del compositore, spesso ricordato solo per i suoi acuti e sfolgoranti lavori teatrali ma, in realtà, uomo e artista tormentato da demoni interiori talmente forti che lo portarono a ritirarsi a vita privata in una amena località di campagna nel 1829, neanche quarantenne. Da allora non comparve più nelle scene pubbliche ma scrisse soltanto brani da camera o sacri, come la “Petite messe solennelle”, composta nel 1863 (e anch’essa recentemente a Cagliari e altri Comuni, per l’Attività musicale estiva 2018 organizzata dal Teatro) o come, appunto, questo “Stabat Mater”, datato 1832. Scritto su commissione e in piena crisi creativa, è un brano che fa risaltare la complessità del carattere rossiniano, pieno di luci e ombre: l’alternanza di stili diversi scandisce i vari momenti di questa preghiera su testo di Iacopone da Todi, accompagnata sempre da una ricca orchestrazione e da una vena melodica fresca e inestinguibile.

Il direttore d’orchestra Gérard Korsten

Il direttore, il M° Gérard Korsten (in foto), ha saputo sapientemente guidare l’Orchestra in questi chiaroscuri, giocando con un fraseggio raffinato e attento, efficace soprattutto nei “forte” di insieme, vigorosi ma mai eccessivi nell’equilibrio complessivo. Ottima l’intesa anche con i solisti: Giorgio Misseri, tenore dalla voce brillante, ha affrontato con sicurezza l’ardua prova dell’aria “Cujus animam”, sottolineandone i passaggi più intensi. Eva Mei, soprano, e Na’ama Goldman, mezzosoprano, dopo essersi perfettamente bilanciate nel duetto “Qui est homo” hanno dato un’ottima prova singola: la Mei, elegante ed espressiva nell’Aria “Inflammatus et accensus”, dai legato impeccabili, e la Goldman, dalla voce più sottile ma con un’efficace sfumatura brunita, nella cavatina “Fac ut portem Christi mortem”. Il basso Alessandro Abis infine, dal timbro corposo e insolitamente luminoso per tale voce, ha dato prova di classe interpretativa in “Pro peccatis suae”, dando la giusta attenzione alle linee melodiche. Particolarmente efficaci i due quartetti, segno sia di versatilità e musicalità dei cantanti che di una buona scelta artistica di partenza. Infine, non si può non fare un plauso al Coro, spesso protagonista di difficoltà musicali assai elevate, come nello spinoso “Fugato” finale, che ha degnamente concluso una serata piacevole e di qualità elevata.

 

FRANCESCA MULAS

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