
A Bruxelles devono avere un talento speciale: riescono a trasformare qualsiasi questione seria in un esercizio di burocrazia creativa. Mentre il continente affronta guerre, crisi energetiche e inflazione, qualcuno negli uffici dell’Ue ha deciso che il vero fronte caldo è… la grammatica. Non quella scolastica, sia chiaro: quella ideologica.
Il nuovo documento destinato al Kosovo – e, per estensione, a chiunque osi bussare alla porta dell’Unione – è un capolavoro di comicità involontaria. Una sorta di manuale di sopravvivenza linguistica per chi vuole entrare in Europa senza offendere nessuno, nemmeno per sbaglio.
La prima vittima? Le parole. “Padre” e “madre” finiscono direttamente nel reparto materiali pericolosi. “Patria” è considerata un termine troppo emotivo, quasi sovversivo. “Signora” e “signorina” vengono trattate come reperti tossici da maneggiare con i guanti. “Moglie”, “marito”, “fidanzato”, “fidanzata”? No, grazie: troppo binari, troppo umani. Meglio “partner”, che va bene per tutto: relazioni, affari, balli di gruppo.
E poi i pronomi. “Lui” e “lei” sono ormai roba da archeologia linguistica. L’Ue suggerisce di usare il plurale, così almeno si confonde anche il destinatario. Un’idea brillante: se non capisci a chi ti stai rivolgendo, non rischi di offendere nessuno.
Il tutto finanziato con 1,5 milioni di euro. Una cifra che, a Bruxelles, probabilmente considerano un investimento culturale. D’altronde, cosa vuoi che siano 1,5 milioni quando puoi insegnare a un intero Paese che “lingua madre” è un’espressione troppo affettuosa e va sostituita con “lingua nativa”, che ricorda vagamente un vaccino.
Il messaggio implicito è chiaro: l’Europa non vuole solo che tu rispetti le regole. Vuole che tu parli come lei, pensi come lei, e possibilmente che tu smetta di usare parole che esistono da millenni. Una sorta di corso accelerato di europeizzazione, dove però l’identità culturale è trattata come un bug da correggere.
E mentre Bruxelles si dedica alla sua missione civilizzatrice, il resto del continente continua a chiedersi chi si occuperà dei problemi veri. Ma forse, quando avremo tutti imparato a dire “terra di nascita” invece di “patria”, magicamente si risolverà tutto.
O forse no. Ma almeno avremo un vocabolario nuovo di zecca.

Giornalista. Direttore responsabile