Confartigianato Sardegna, la guerra delle 23 mila imprese sarde contro il lavoro nero

1 a 1.5. Nel mondo artigianale sardo è questo il rapporto fra il lavoratore in regola e quello in “nero” emerso dal dossier “Artigianato esposto alla concorrenza sleale del sommerso in Sardegna”, elaborato dall’Ufficio Studi di Confartigianato Sardegna, su dati ISTAT 2017.

Per le 23 mila imprese, ufficialmente conosciute, si tratta di una guerra quotidiana con le imprese fantasma che non sembra giungere a conclusione. E’ una guerra sleale perchè lavorare oltre le regole significa mantenere prezzi più bassi e portando fuori mercato le imprese regolari. Evadere consolida il gap tra le aliquote fiscali pagate dalle imprese in regola e le imprese che evadono, con un mancato gettito che rende difficile politiche fiscali e che potrebbero portare dei vantaggi per le imprese regolari. Inoltre le stesse imprese irregolari non hanno interesse ad investire e ad ampliare il proprio volume d’affari tarpando le ali alle imprese ufficiali intenzionate ad accrescer il proprio volume d’affari.
Le 13.148 aziende artigiane delle costruzioni sono quelle a soffrire di più seguite da quelle dei servizi alla persona con 4.312 (18.6%), i trasporti e magazzinaggio con 2.589 (11,1%), l’alloggio e la ristorazione con 2.081 (9%), i servizi di informazione e comunicazione con 528 (2,3%), l’agricoltura e la pesca

con 203 (0,9%), l’autoriparazione con 144 (0,6%), l’istruzione con 128 (0,6%), l’industria estrattiva con 49 (0,2%) e la fabbricazione di prodotti chimici con 40 (0.2%).
Quella del lavoro nero è un’emergenza che sembra non avere fine. È una battaglia che portiamo avanti da anni, continuando a sensibilizzare imprese e clienti in un Paese, e in una regione, dove l’arte di arrangiarsi è vista con una certa benevolenza se non proprio con simpatia”.
Cosi il Presidente di Confartigianato Imprese Sardegna, Antonio Matzutzi commenta il fenomeno dell’abusivismo professionale che fa il paio con il contrasto al lavoro nero e irregolare inserito nel Manifesto degli Artigiani, collegato al “Rating Sardegna 2019”, che il Presidente della Regione e numerosi Consiglieri hanno sottoscritto poche settimane fa durante la campagna elettorale. Alla Politica, le imprese hanno, infatti, fortemente chiesto di definire un quadro normativo chiaro e certo, per favorire il rispetto delle regole e ridurre il fenomeno dell’abusivismo.
Il sommerso, l’abusivismo e l’illegalità che contraddistinguono l’economia sommersa sono piaghe che continuano a infettare il nostro sistema produttivo e rappresentano un grave fenomeno di concorrenza sleale – sottolinea Matzutzi – che costringono le imprese regolari a chiudere oppure ad applicare politiche di contrasto che hanno incrementi di costi assai pericolosi. La crisi ha accentuato l’abusivismo a dismisura c’è chi fa il doppio lavoro, chi percepisce la cassa integrazione o è in mobilità ma il fenomeno più grave riguarda chi decide di chiudere bottega e lavorare a casa. Parliamo di chi taglia i capelli a domicilio, a chi fa la manicure, a chi aggiusta le auto, a chi effettua lavori di idraulica, impiantistica, edilizia, sartoria”.
Vogliamo e dobbiamo tutelare gli artigiani regolari, quelli che sono quotidianamente impegnati a contrastare l’illegalità che li colpisce due volte, nel reddito e da contribuenti onesti – interviene e conclude Stefano Mameli, Segretario Regionale – ciò che sta accadendo nella nostra regione è molto preoccupante sia per l’economia, continuamente danneggiata, sia per tutte le imprese e i cittadini onesti, che pagano le tasse e rispettano le leggi”.
Secondo stime del 2015, l’economia sommersa nazionale avrebbe generato un valore aggiunto di circa 190 miliardi di euro, pari all’11,5% del PIL, di cui ben 77 riconducibili al lavoro irregolare. Sulla base degli ultimi dati disponibili sui conti nazionali, nel 2015 sono 3milioni e 724 mila le unità di lavoro equivalenti non regolari, occupate in prevalenza (71,2%) come dipendenti, con 2 milioni e 651 mila unità, a cui si aggiunge 1 milione e 72 mila unità di lavoro equivalenti indipendente non regolari (28,8%). Si conta 1 occupato indipendente non regolare ogni 5,7 indipendenti regolari.

La rilevanza del fenomeno del sommerso in Italia crea la situazione paradossale secondo cui il lavoro sommerso è maggiore di quello della Pubblica amministrazione: nel 2015 infatti le 3.723.600 le unità di lavoro equivalenti non regolari superano dell’11,6% (388.000 unità in più) le 3.335.600 le unità alle dipendenze delle Amministrazioni pubbliche.

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