Giorgia Meloni interviene alla sessione conclusiva dell’ottava edizione dei “Dialoghi Mediterranei di Roma”

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Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha tenuto un intervento alla sessione conclusiva dell’ottava edizione dei “Dialoghi Mediterranei di Roma”. A margine dell’evento, i colloqui con il Presidente della Repubblica del Niger, Mohamed Bazoum, e con il Ministro degli Affari Esteri della Libia, Najla El Mangoush:

-Desidero innanzitutto ringraziare i ministri, le autorità, i numerosi ospiti internazionali che sono qui convenuti. Voglio ringraziare ovviamente il Ministro Tajani, il vice ministro Cirielli, l’Ambasciatore Massolo per la loro ospitalità per questo evento al quale non avrei potuto far mancare la mia presenza. E cercherò di spiegare il perché non posso non partire senza congratularmi con la Farnesina e con l’ISPI per i temi scelti per questa edizione dei Dialoghi sul Mediterraneo di Roma. 
Siamo all’ottava edizione di questo evento, una continuità che dimostra quanto per l’Italia sia importante il dialogo e una riflessione che – come dimostra anche il filo conduttore di questa edizione – pone sempre al centro fondamentalmente tre concetti: interdipendenza, resilienza, cooperazione. 
Parto dalle parole del ministro Tajani: l’Italia è fortemente impegnata con questo governo a rafforzare il suo ruolo nel Mediterraneo. 
Siamo consapevoli, in sostanza, di come solo creando uno spazio di stabilità e prosperità condivisa potremo attraversare in modo efficace le sfide epocali che stiamo vivendo, dalla sicurezza alimentare alla salute, passando per i cambiamenti climatici.
L’Italia si è da sempre fatta promotrice di un approccio inclusivo e costruttivo di fronte a queste sfide: abbiamo per questo accolto con favore l’adozione da parte dell’Unione europea della “Nuova Agenda per il Mediterraneo” che, abbinata ad adeguati impegni finanziari, può dal nostro punto di vista rilanciare il partenariato, stimolando una ripresa più giusta, più sostenibile, più attenta ai bisogni delle persone. 
Dobbiamo dirci che, se vogliamo, l’Italia è stata un precursore di questa strategia, come dimostra molto bene questa conferenza, che non è un evento episodico, ma un tassello centrale di una strategia molto più complessa, di un mosaico dell’azione italiana per la promozione di un’agenda positiva nel Mediterraneo allargato. 
 
I Dialoghi sul Mediterraneo di Roma vogliono contribuire a rafforzare i meccanismi di cooperazione regionale e mobilitare l’impegno dei nostri partner verso un’area che è centrale, non solo per gli interessi dell’Italia, ma degli interessi strategici comuni. Dialogare sulle sfide del Mediterraneo è ovviamente un’occasione di confronto preziosa e irrinunciabile. Poterlo fare qui a Roma, nel cuore del bacino dove Europa, Africa e Asia si incontrano, per noi è un motivo di orgoglio ma, al contempo, la presa in carico di una grande responsabilità. Questa è la ragione per la quale ci tenevo a essere presente a questa edizione. 
 
Siamo consapevoli che una solida “geopolitica del dialogo” possa costruire e consolidare nell’area solamente muovendo dalla consapevolezza delle nostre identità culturali, delle nostre identità valoriali, dalla constatazione che la nostra prosperità non è possibile senza quella dei nostri vicini. 
Per questo, all’atto dell’insediamento del nuovo Governo, ho parlato della necessità che l’Italia si faccia promotrice di un ‘piano Mattei’ per l’Africa, cioè di un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione Europea e nazioni africane, che abbia un approccio che prendendo esempio da un grande italiano come Enrico Mattei, non abbia una postura predatoria nei confronti delle nazioni africane, ma collaborativa, rispettoso dei reciproci interessi come è stato detto, fondata su uno sviluppo che sappia valorizzare le identità e le potenzialità di ciascuno.
Ho apprezzato moltissimo le parole dell’ambasciatore Massolo che parlava delle Nazioni come “soggetto e non oggetto della cooperazione”. Sono assolutamente d’accordo. E questo è un approccio che l’Italia può vantare, e deve favorire da parte di tutti gli altri attori su cui noi possiamo rappresentare una Nazione guida. È un po’ il ruolo che questo governo piacerebbe dare alla nostra Nazione. 
Un approccio di questo tipo consente, a nostro avviso, anche di contrastare più efficacemente il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area sub-sahariana. I dialoghi di questi giorni hanno sottolineato sì molte criticità, ma anche opportunità sorprendenti. In qualche modo con le crisi il destino ci sfida, certo, ma nel farlo ci mette anche alla prova, mette alla prova il nostro ingegno, la nostra capacità di reazione. È qualcosa che ce lo ha insegnato proprio Enrico Mattei, che diceva “l’ingegno è vedere possibilità dove gli altri non ne vedono”.
 
Così, se per esempio il cambiamento climatico è causa di desertificazione – e dunque di ulteriore impoverimento e destabilizzazione – dall’altro lato esistono per paradosso opportunità offerte da territori sempre più desertici, che sono anche ricchi di acqua e quindi necessitano di tecnologie  che consentono di sfruttare quell’acqua, come molto ha sottolineato bene il Presidente del Niger. Ecco, noi dobbiamo essere, tutti insieme, pronti a raccogliere queste sfide. A capire come più la sfida diventa difficile, più il nostro approccio dovrà pretendere di alzare il livello. È per questo che servono confronti di questo genere. 
Le sfide sono molte. Una delle principali affrontate anche dai Dialoghi sul Mediterraneo è quella delle migrazioni: che è un fenomeno strutturale e globale, le cui dinamiche nel Mediterraneo hanno spesso origine in luoghi più distanti, a partire dal Sahel, dove, non a caso, la presenza e la collaborazione diplomatica e militare con nostri partner sono aumentati in modo significativa.
 
Voglio ringraziare i Presidenti della Repubblica di Mauritania e del Niger che hanno arricchito con la loro partecipazione il dibattito di questi giorni. Il Mediterraneo ha bisogno di essere percepito prevalentemente come comunità di destino, un punto d’incontro tra identità nazionali, e non, come troppo spesso accade, un luogo di morte causata da trafficanti di vite umane.
 E quindi ci vuole più Europa, ci vuole più Europa sul “fronte Sud”, come l’Italia rivendica da tempo e come ha rivendicato particolarmente negli ultimi tempi. Perché da soli non possiamo gestire un flusso che ha assunto oramai dimensioni ingestibili. Occorre che l’Europa realizzi con urgenza un quadro di collaborazione multilaterale basato su flussi legali e su un’incisiva azione di prevenzione di contrasto di flussi irregolari, che deve prevedere anche un tassello indispensabile che è quello della europeizzazione della gestione dei rimpatri. Con oltre 94 mila arrivi dall’inizio di quest’anno, l’Italia – insieme ad altri Paesi di primo ingresso – sta sostenendo l’onere maggiore nella protezione delle frontiere europee di fronte al traffico di esseri umani nel Mediterraneo.
 
Di recente, per la prima volta, la rotta del Mediterraneo centrale è stata considerata prioritaria in un documento della Commissione europea. Io considero questa una vittoria. Non era mai accaduto e probabilmente non sarebbe accaduto se l’Italia non avesse posto due questioni: il rispetto della legalità internazionale e la necessità di affrontare il fenomeno delle migrazioni a livello strutturale.
Di fronte a un fenomeno di tale portata che stiamo vivendo, che coinvolge sia i Paesi d’origine e transito che i Paesi di destinazione, è necessario un serio e concreto da parte di tutti. Un impegno comune. Gli Stati dell’Unione Europea da una parte, e gli stati della sponda Sud del Mediterraneo dall’altra. Per questo noi chiediamo che l’UE rilanci una effettiva attuazione degli impegni presi da troppo tempo attraverso una cooperazione migratoria con i nostri partner dell’Africa e del Mediterraneo, che devono essere maggiormente coinvolti nella prevenzione e nel contrasto al traffico di esseri umani.
Noi stiamo assistendo alla definizione di nuovi scenari conflittuali, di nuovi schemi di alleanze. Come governo italiano, siamo impegnati a promuovere un dialogo attivo con tutti i Paesi del Mediterraneo allargato, in modo franco ma articolato sia sul piano bilaterale che a livello di Unione Europea e di NATO. L’aggressione russa all’Ucraina costituisce, alla luce dei suoi drammatici costi umani, sociali ed economici, un netto spartiacque. Chiarisce in maniera irreversibile che per parlare oggi di sicurezza – e soprattutto per realizzarla – occorre fare ricorso ad una sua accezione estesa del concetto di sicurezza, che include sì soluzioni politiche, include consolidamento istituzionale, include ricostruzione civile, ma che comprende in misura altrettanto profilata azioni a salvaguardia della dimensione umana, culturale, ambientale, energetica e alimentare.
Non a caso si parla di sicurezza umana, che vuol dire a protezione delle nostre comunità dagli attacchi estremisti, significa difesa del nostro territorio dal cambiamento climatico, ma significa anche un terzo aspetto finora non abbastanza considerato, ovvero la tutela del patrimonio culturale. L’Italia non a caso  è in prima linea per proteggere, in ogni Nazione, l’eredità lasciata dalle precedenti generazioni, senza la quale non può esserci ricchezza per le generazioni future, e questo vale in particolare per il Mediterraneo allargato. Perché, come scriveva Paul Valéry, “giammai e in nessuna parte del mondo s’è potuto osservare in un’area così ristretta e in un così breve intervallo di tempo, un tale fermento di spiriti, una tale produzione di ricchezze”.

Sicurezza è quello che ci unisce, non ciò che ci divide. Perché la sicurezza è, in definitiva, la condizione “abilitante”, la precondizione allo sviluppo economico e sociale delle nazioni, alla promozione e alla protezione dei diritti umani, all’affermazione e al consolidamento delle istituzioni democratiche. Tutto parte da qui. Da tale consapevolezza trae le premesse la postura dell’Italia nei riguardi dell’importanza e della stabilità e della sicurezza nel Mediterraneo. Si tratta di interessi nazionali, certo, ma a ben guardare europei, che definiscono la profondità strategica della nostra politica estera.
 La piena e duratura stabilizzazione della Libia rappresenta certamente una delle più urgenti e delicate priorità di politica estera e di sicurezza nazionale, anche in ragione degli impatti che una protratta instabilità in Libia è suscettibile di avere anche in termini di flussi migratori, di sicurezza degli approvvigionamenti energetici per tutta l’Europa. Noi vogliamo da qui rinnovare il nostro invito agli attori politici libici ad impegnarsi al fine di dotare il Paese di istituzioni solide e democraticamente legittimate. Sarà a quel punto possibile finalizzare anche il processo di ritiro dei mercenari e combattenti stranieri dal Paese. Solo un processo a guida libica con il sostegno delle Nazioni Unite potrà portare ad una soluzione piena e duratura della crisi nel Paese.
 
L’Italia continua a sostenere anche la necessità di una più stretta collaborazione tra i Paesi del Maghreb per creare condizioni di sviluppo e stabilità. Occorre superare il prima possibile l’attuale stato di emergenza in Tunisia e individuare un percorso politico chiaro e condiviso che possa consentire il ristabilimento delle funzionalità delle istituzioni – a cominciare dal Parlamento – e la gestione delle urgenze economico-sociali. L’Italia è stata e rimane vicina alla Tunisia.
Sosteniamo con convinzione l’accordo di delimitazione marittima tra Israele e il Libano, che dimostra come lo sfruttamento in comune delle risorse energetiche può e deve essere anche nel Mediterraneo orientale un volano di crescita economica e di sviluppo per tutta la regione.
Guardiamo con attenzione al processo di normalizzazione delle relazioni tra Israele e il mondo arabo e alla necessità di re-internazionalizzare il processo di pace per giungere ad una soluzione a due Stati che sia praticabile, giusta e direttamente negoziata tra le parti.
Dopo anni di polarizzazione, assistiamo con interesse a nuove dinamiche cooperative nel Golfo, e rilevante rimane il nostro impegno in Iraq, dove stiamo contribuendo al processo di graduale espansione della missione NATO (NMI), di cui assicuriamo il comando dallo scorso maggio, nel pieno rispetto della sovranità irachena e in stretta collaborazione con le Autorità di Baghdad.
Uno degli obiettivi principali dell’azione italiana nella regione euro-mediterranea è far evolvere la dimensione meridionale della Politica Europea di Vicinato, trasformandola in un vero e proprio “Partenariato mediterraneo” che non si esaurisca nella gestione delle crisi e che non si limiti a rapporti bilaterali, tra l’UE e singoli Paesi della sponda Sud.
L’Italia è e può essere molto di più cerniera e ponte energetico naturale tra il Mediterraneo e l’Europa. È una delle grandi sfide strategiche che questo governo vorrebbe portare avanti e su cui stiamo lavorando in virtù di una  posizione geografica particolare, delle sue infrastrutture, della sua proiezione cooperativa e del prezioso contributo delle proprie imprese. Vantiamo una ricca diversificazione sia di rotte – gasdotti ed elettrodotti – che di fonti. Fattore che, adesso più che mai, rappresenta un valore cruciale per la comune sicurezza, per la resilienza energetica e lo sviluppo di relazioni sempre più strette.
Il nostro partenariato strategico in particolare con l’Algeria ci ha permesso in questi mesi di agire rapidamente per ridurre la nostra dipendenza dal gas naturale russo. Il Mediterraneo allargato è la colonna della sicurezza energetica italiana: da esso proviene circa il 45% dell’import di gas naturale. Oggi arriviamo a quasi il 60% con le forniture azere via TAP attraverso Turchia, Grecia e Albania. Enormi sono le potenzialità dell’area e il contributo che può dare alla sicurezza energetica europea in questa fase di crisi, non solo per quanto attiene al gas naturale, ma anche per lo sviluppo e scambio di nuove energie sostenibili, convenienti e accessibili. È corretto che la proiezione, che l’ambizione di tante Nazioni africane debba essere quella di essere protagoniste nella transizione ecologica e nelle materie della sicurezza energetica. 
E proprio perché noi siamo consapevoli di questo, il Sistema Italia è attivo in quasi ogni Paese dell’area nel rapido sviluppo di energie rinnovabili, nell’avanzamento tecnologico, nelle infrastrutture digitali e nelle reti intelligenti.
L’Europa è destinata ad essere uno dei primissimi mercati di importazione di idrogeno verde. Ne parlavamo qualche giorno fa con il Presidente della Mauritania. Abbiamo la possibilità di produrlo nel Mediterraneo allargato e scambiarlo a prezzi competitivi. Quindi l’energia è sì un bene nazionale ed è, ma è al contempo un bene inclusivo, e dunque è un bene comune. E quindi è un tema sul quale la cooperazione diventa una cooperazione fatta nel bene per il bene e per la crescita di tutte le Nazioni che vi partecipano.

L’UE deve creare partenariati basati su investimenti e su una catena tecnologica. C’è una grande questione europea aperta sulle catene di approvvigionamento che noi abbiamo posto molte volte. Perché l’Italia ha finito per non controllare quasi più niente. Ce ne siamo resi conto quando sono arrivato gli choc di questi ultimi anni. Oggi ce ne rendiamo conto per quello che riguarda l’energia, ieri con la pandemia, per quello che riguardava chip e semi conduttori. Ma su questo a un certo punto l’Europa ha allungato così tanto le sue catene di approvvigionamento da non riuscire a controllare quasi più niente. Oggi la grande sfida di essere padroni del proprio destino lavorando sulle catene nazionali, sulle catene europee, ma anche sul friend shoring e anche sul near shoring, cioè sulle catene di approvvigionamento legato alle Nazioni vicine. Questa è una sfida legata, per quello che ci compete, al tema del Mediterraneo. 
L’Europa deve essere un partenariato a doppio senso, finalizzato a facilitare lo scambio di fonti energetiche, ma anche a incoraggiare la produzione di energia de-carbonizzata e la transizione verde in tutta la regione mediterranea. È necessario dare un segnale forte dello spostamento del baricentro degli scambi energetici europei proprio verso il Mediterraneo. E l’Italia vuole e può giocare un ruolo preminente in questa strategia. E saranno in questo fondamentali i finanziamenti europei.
 
La transizione digitale e le sue ricadute in termini di innovazione sono un altro importante catalizzatore per la modernizzazione dell’intera regione. Bisogna favorirne l’integrazione e la crescita sostenibile. La digitalizzazione può consentire a imprese di entrambe le sponde di accrescere la propria competitività, integrare la catena del valore. La creazione di uno spazio cibernetico rimane una delle fonti di maggiori opportunità per le società e per il sistema internazionale. In linea con le priorità che l’UE assegna alla transizione digitale, anche sul piano dell’azione esterna, l’Italia con la sua strategia di cooperazione, promuove la diffusione della digitalizzazione in molteplici settori di intervento, penso allo sviluppo socioeconomico, la governance istituzionale, la sanità, l’istruzione, la formazione professionale, il turismo sostenibile e la valorizzazione del patrimonio culturale.
 
In un’area così complessa e sottoposta a sfide continue e a continui cambiamenti, come quella mediterranea, le donne e i giovani possono svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione di società più coese e resilienti. È necessario consentire loro di mettere a frutto la loro visione e le loro energie, rendendoli protagonisti del loro futuro e di quello delle rispettive società, garantendo in pieno i loro diritti e lottando contro ogni forma di violenza e discriminazione. Non possiamo fingere di non vedere quanto sta succedendo in questi mesi alle donne e ai giovani che manifestano in Iran. Erodere spazi di libertà o impedire a donne e ragazze di accedere al lavoro e all’istruzione – e qui penso soprattutto all’Afghanistan – significa porre un’ipoteca sul futuro di quei Paesi. Non c’è avvenire senza il riconoscimento delle libertà fondamentali e senza la garanzia della pari dignità fra tutti gli esseri umani.
 
Nel Mediterraneo meridionale e orientale, dove il 40% della popolazione ha meno di 25 anni, la disoccupazione giovanile è tra le più alte al mondo da oltre due decenni, nonostante gli alti livelli di istruzione dei giovani in tutti i paesi dell’area euro-mediterranea. Quanto alle donne, non vi può essere sviluppo senza che possano diventare protagoniste della loro società. Questo richiede creazione di posti di lavoro e promozione di un ecosistema locale favorevole all’imprenditorialità giovanile e femminile, così come alla partecipazione alla vita pubblica delle società di appartenenza.
E tra le libertà fondamentali che l’Italia si impegna a sostenere c’è la libertà di religione e di credo: un diritto umano fondamentale che troppo spesso viene ancora negato o non sufficientemente garantito. L’Italia è al fianco delle minoranze religiose vittime di attacchi, violenze e discriminazioni in ogni parte del mondo e sostiene gli sforzi dei nostri partner nel Mediterraneo allargato affinché queste comunità vengano protette e con esse il valore centrale della libertà religiosa, della tutela e del rispetto del patrimonio religioso e dei luoghi sacri.
Concludo osservando che molte delle politiche europee rischiano di essere incomplete se non vengono collocate all’interno di una più ampia dimensione euro-mediterranea. Il Presidente Mattarella ha definito il Mediterraneo “Un ambito di grande diversificazione culturale, di elaborazione di filosofie e di scoperte scientifiche senza eguali, con apporti preziosi in dialogo fra saperi diversi che hanno dato vita a scontri e poi a unioni senza precedenti”. È una frase che ho trovato molto bella. Per costruire un’agenda positiva – con intenti comuni a popoli con identità diverse – è quindi necessario ripartire collocando nuovamente la persona – con le sue esigenze culturali, formative e sociali – al centro dell’attenzione.
E allora io voglio ringraziarvi, ancora una volta, per le idee e le proposte con le quali avete arricchito il dibattito di questi tre giorni. Gli spunti emersi da queste discussioni saranno, come ha detto Tajani, fonte di ispirazione per orientare le relazioni di collaborazione tra l’Italia e i suoi partner della regione del Mediterraneo allargato verso un percorso comune che garantisca sicurezza, stabilità e sviluppo alle generazioni presenti e a quelle future.
Quindi vi ringrazio e vi do appuntamento con l’Ambasciatore Massolo alla nona edizione dei Dialoghi sul Mediterraneo di Roma!

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