‘Il disastro del Vajont’, per non dimenticare

Niente sarà mai più come prima, per quel territorio a cavallo tra il Veneto ed il Friuli, per i tanti morti (quasi 2000), per quei paesi (cancellati dalla furia delle acque), ma anche per l’Italia intera che ricorda il ‘Vajont’ come uno di quei fatti che evocano disperazione e tragedia e che ha segnato la nostra storia.

I più giovani forse, neanche sanno di che si tratta, malgrado soprattutto tanti anni fa, si sia scritto molto per ricordare quell’immane catastrofe e sono state pagine di informazione a volte mirabili (come l’Orazione civile e monologo teatrale di Marco Paolini), altre volte meno attente ed inesatte: ancora oggi c’è qualcuno che ritiene che la diga del Vajont sia crollata mentre invece è l’unica cosa – in quella circostanza – che si è salvata.

In realtà, la storia del Vajont è articolata: la data del 9 ottobre 1963, altro non è se non il tassello di un mosaico complesso la cui costruzione era iniziata prima della seconda guerra mondiale e che è proseguito poi negli anni della c.d. ricostruzione.

Intanto il nome: Vajont è il torrente che scorre nella stretta valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno. L’idea iniziale di costruire una grande diga è del 1929: il progetto mira a compensare la portata irregolare del Piave e dei suoi affluenti, facendo sì che si ottengano delle portate utili alla produzione di energia elettrica; per far questo, deve essere costruito un enorme lago artificiale, nel quale stoccare circa 150 milioni di metri cubi d’acqua; in pochi anni il progetto è pronto, ma nel frattempo scoppia la seconda guerra mondiale.

L’idea di sfruttare la forza dell’acqua con la realizzazione di quella che all’epoca, con i suoi 265 metri di altezza, fu definitiva ‘la diga più alta del mondo’, rimane in piedi e finito il conflitto, sul finire degli anni ’50 si arriva alla fase esecutiva, alla realizzazione della grande diga, ad opera della Società S.A.D.E. (Società Adriatica Di Elettricità). In soli tre anni, con maestranze di anche 400 operai, la diga viene su e nel settembre del 1960 c’è l’inaugurazione: per la società costruttrice è un successo ed un magnifico ‘biglietto da visita’ per esportare all’estero l’ingegneria e il lavoro italiano.

Ma, perchè un ‘ma‘ c’è, nonostante il manufatto sia stato costruito a regola d’arte, appare fin da subito che sono stati omessi o comunque sottovalutati studi di compatibilità ambientale tra la diga ed i monti che la sovrastano; soprattutto un versante del Monte Toc (che non a caso in friulano, significa ‘monte marcio’, ‘monte sfatto’) appare instabile da un punto di vista statico e geologico, in altre parole tende a venir giù, a franare.

La tragedia del Vajont e la frana che la provocò, era un disastro annunciato: di ciò vi è – fin da allora – conclamata contezza da parte dei costruttori che infatti dopo il completamento della diga, iniziano le prove di invaso e di svuotamento del bacino; subito ecco presentarsi la prima frana di ben 800.000 metri cubi di roccia che crolla nel lago (questo perchè al crescere del livello dell’acqua, diminuiva la coesione tra le rocce).

Gli studi proseguono, vengono predisposte varie simulazioni e sottostimando le dimensioni di una eventuale frana, viene fissato un limite di sicurezza della quota massima dell’acqua del lago, circa 20 metri sotto alla quota massima prevista; nell’aprile 1963 viene fatta una ulteriore prova di riempimento con l’acqua del lago al suo livello massimo: dopo solo qualche mese, nel settembre 1963 vengono evidenziati movimenti di 2 centimetri al giorno del fianco del Monte Toc; si decide quindi un rapido svuotamento del lago, ma è troppo tardi e proprio il rapido svuotamento del lago diventa uno dei fattori scatenanti, in quanto la presenza della massa d’acqua funge da puntello alla frana stessa: il processo di frana era iniziato perchè l’acqua del lago aveva fluidificato i livelli di argilla presenti.

L’8 ottobre 1963, gli strumenti di rilevazione mostrano che il versante del Monte Toc si è mosso in poche ore di più di mezzo metro e quindi si decide di svuotare ancora più rapidamente il lago.

La mattina del giorno seguente, è una giornata di sole: il Comune di Erto emette una ordinanza di sgombero per alcune frazioni più vicine al lago. A mezzogiorno alcuni operai vedono ad occhio nudo il movimento della montagna e gli alberi che si inclinano. Vengono inviate a Roma, per posta ordinaria delle richieste di istruzioni, ci si prepara al peggio, la tragedia sta per cominciare.

Tutto avviene nel giro di pochissimi minuti, a partire dalle 22:39 del 9 ottobre: una porzione di parete del Monte Toc si stacca ed una frana di 270 milioni di metri cubi precipita nel lago, alla impressionante velocità di 100 km l’ora. La frana non colpisce direttamente la diga che quindi non crolla, riempie solo il lago di detriti e provoca un onda alta 250 metri d’altezza, che supera la diga riversandosi a valle: in un attimo, tutto viene travolto, le case vengono distrutte dalla potenza distruttiva di questa massa d’acqua e detriti che è stata paragonata alla bomba che annientò Hiroshima. Poi il silenzio, con la valle che in una manciata di minuti è trasformata in una spianata di fango, morte e desolazione; in totale saranno 1.917 le vittime, di cui 487 bambini e 451 di queste, mai più ritrovate.

Il sciagura del Vajont poteva essere evitata eccome, la zona non era idonea a livello idrogeologico a ospitare un lago artificiale ed il disastro ambientale provocato dalla gigantesca frana, è stato colpevolmente provocato dall’uomo.

Le responsabilità per questa immane tragedia sono di vario tipo, intanto di ordine penale: per l’accaduto vennero rinviati a giudizio undici persone tra dirigenti, consulenti della società proprietaria dell’invaso (prima S.a.d.e. e poi Enel) ed alti funzionari del Ministero dei lavori pubblici. Alla fine di tutti i gradi di giudizio, furono condannati due tecnici e solo uno di loro finì in carcere per la durata di un anno e mezzo, con la motivazione della palese prevedibilità di inondazione, di frana e per gli omicidi colposi plurimi.

Quanto alle cause di risarcimento in sede civilistica – che furono intentate dai valligiani superstiti alla terribile catastrofe, per la morte dei parenti – anche lì fu giustizia a metà, dal momento che la S.a.d.e. e l’Enel riuscirono. giudizialmente, grazie ai loro difensori tra cui Giovanni Leone (che da Presidente del Consiglio arrivò sui luoghi della sciagura a promettere giustizia) a trovare nel codice, cavilli, argomenti e codicilli che permisero di non risarcire i parenti di ben 600 morti.

Ma la grande, vera responsabilità di questa tragedia fu soprattutto politica: non pochi giornali dell’epoca parlarono dell’accaduto, addebitando il fatto di morte, alla natura che è cattiva, malvagia ed imprevedibile e se tutto ciò è avvenuto (accampò qualcuno) è perchè questo è ‘un misterioso disegno d’amore di Dio’. Insomma responsabilità non ce n’è, perchè è stato un fatto naturale e non prevedibile: la diga e i suoi costruttori devono essere esenti da responsabilità anche e soprattutto perchè la diga ha resistito sia alla frana, che alla spinta della massa d’acqua.

La realtà, come detto, è ben altra: il disastro fu causato dall’uomo, dai giochi di potere in nome del dio progresso, della tecnica e dello sviluppo che doveva essere inarrestabile ed a qualunque costo: quello della diga, fu un un progetto ambizioso, come tanti di quell’epoca, studiato poco e male e tutto volto al profitto, ma soprattutto sbagliato, perchè si costruì dove la natura non lo permetteva.

Del resto, la diga non fu mai amata dai popoli della valle, eppure non se ne fece niente del grande movimento di popolo, di disapprovazione di quella gente che ben conosceva i propri territori e le caratteristiche franose e non proprio rassicuranti dei suoi monti: vi furono negli anni della costruzione della diga – inutilmente – grandi tensioni, lotte, ribellioni e grande partecipazione civile contro i potenti e le loro angherie.

Negli anni immediatamente successivi alla tragedia, le genti della valle furono sfollate in diversi luoghi della pianura friulana e bellunese, dove vennero anche costruiti due nuovi abitati. Solo diversi anni dopo, Longarone fu riedificata e poté accogliere nuovamente i suoi abitanti e cominciare poco a poco a tentare di vivere.

E da ultimo, nel 1964 fu emanata la c.d. ‘Legge Vajont’ per la rinascita della valle, voluta con decretazione dal vigente Governo di allora: era un provvedimento ‘tampone’ che prevedeva a favore di chi avesse una licenza commerciale, artigianale od industriale di poter accedere a finanziamenti a fondo perduto o a prestiti eccezionalmente vantaggiosi, con l’esenzione dal pagamento delle tasse per dieci anni; inoltre chi non fosse stato in grado di riaprire l’attività avrebbe avuto diritto di vendere la propria licenza ad altri, che avrebbe usufruito degli stessi diritti, a patto che la nuova attività (anche completamente differente da quella originaria) trovasse sede in aree limitrofe, praticamente in quasi tutto il Triveneto.

Successe quindi – come era anche facile prevedere – che il malaffare avesse il sopravvento ed infatti gli artigiani, moltissimi artigiani, cedettero le loro licenze, ammaliati dalle offerte di pochi soldi ma pronto contante (a volte solo 50.000 lire, ovvero 25 euro) di imprese senza scrupoli che ottennero (ricavate le licenze) a loro volta finanziamenti – in alcuni casi – di anche più di un miliardo di lire (500.000 euro). Questa legge, nata da una enorme tragedia, diventò quindi un enorme volano economico che favorì – almeno in misura parziale – il c.d. ‘miracolo economico del Nord-Est’.

Tanto tempo è passato ed ora ‘il Vajont’ è solo un fatto lontano: rimanga però un ricordo vivo in memoria delle tante vittime incolpevoli, ma anche un monito per il rispetto della legalità ed un insegnamento per la dovuta considerazione della natura e dell’ambiente che, prima o poi, inevitabilmente ci presentano il conto.

Alberto Porcu Zanda

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