Il dovere della Memoria: la persecuzione nazista dei triangoli umani

Il 27 gennaio 1945 è il giorno scelto per ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione, la prigionia.

Il giorno in cui i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz furono abbattuti dall’Armata Rossa e  mostrato al mondo l’orrore del genocidio nazista. 

Così recita il testo dell’articolo 1 della legge italiana che spiega cosa si ricorda nella Giornata della memoria: “La Repubblica italiana riconosce il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della Memoria’, al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed al rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Una tragedia che va ricordata come stesse accadendo adesso, perché come disse Primo Levi “L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria”.

I campi di concentramento erano luoghi di distruzione della dignità umana, dove, una volta oltrepassato il cancello, i prigionieri venivano denudati, rasati a zero e vestiti di una divisa a strisce grigio-azzurre con un numero d’immatricolazione scritto in nero su stoffa bianca, posto all’altezza del cuore e al centro della coscia destra, ad Auschwitz anche sull’avambraccio sinistro.   L’uso della violenza era parte integrante della vita nei lager. La violenza nei campi era attuata per lo più per sadismo: le vittime venivano malmenate, torturate e sottoposte alle più terribili umiliazioni per semplice divertimento delle SS. Questa malignità gratuita e deliberata aveva,  secondo Primo Levi, l l’intento principale di distruggere la personalità del deportato, umiliarlo e offenderlo fino al punto di favorirne l’assuefazione, cioè l’avvio della sua trasformazione da essere umano in animale

Per semplificare l’identificazione cucivano sulle divise dei triangoli colorati, in base alla presunta colpa.

Il triangolo giallo indicava gli ebrei, due triangoli gialli sovrapposti come a formare la Stella di David. Già nel 1941 l’obbligo di portare la Stella di David con scritta la parola “Jude”  fu imposto agli ebrei al di sopra dei 6 anni nelle zone occupate dalla Germania nazista.

I triangoli rossi identificavano i prigionieri politici, composti per la maggior parte da comunisti, socialdemocratici e anarchici. All’interno del triangolo rosso è stampata la sigla della nazionalità del deportato. “B” (Belgier, Belga), “F” (Franzosen, Francese), “H” (Holländer, Olandese), “I” (Italiener, Italiano), “N” (Norweger, Norvegese), “P” (Polen, Polacco), “S” (Republikanische Spanier, Repubblica Spagnola) “T” (Tschechen, Ceco), “U” (Ungarn, Ungherese).

Il triangolo rosa era assegnato agli omossessuali cucito sulla divisa all’altezza del petto. Centinaia di uomini sono stati sottoposti a castrazione o sterilizzazione obbligatoria dietro ordine diretto dei tribunali. Per molto tempo nessuno ha parlato di loro, per molto tempo questo simbolo è rimasto invisibile agli occhi di molti. Solo a partire dagli anni ’80 si è cominciato a riconoscere anche questo episodio della storia, e a definirlo nello specifico come “Omocausto”.

Il triangolo nero era per gli asociali. Le donne che amavano le donne erano, secondo l’ideologia nazista, un pericolo. Essere lesbica era considerata un’aggravante rispetto ad altre imputazioni (ebree, ladre, prostitute)

Il triangolo marrone era il simbolo delle vittime di uno degli olocausti dimenticati della seconda guerra mondiale, durante il quale persero la vita oltre 500mila persone rom e sinti. In una sola notte, il 2 agosto, 2.897 persone tra uomini, donne e bambini trovarono la morte nel crematorio numero 5, quello più vicino allo Zigeunerlager, il campo per famiglie zingare di Auschwitz-Birkenau.

Il triangolo viola era assegnato ai testimoni di Geova, spesso accusati di essere vicini a ebrei e comunisti. Perseguitati dalla Germania nazista, furono tra i primi ad essere internati nei campi, già dal 1933. A molti genitori fu tolta la potestà dei figli, rinchiusi nei centri di rieducazione o

affidati a genitori nazisti.

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