La pasta Barilla é fatta di grano italiano miscelato a quello francese, australiano e americano. Ma sull’etichetta non c’è scritto

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Barilla: “la pasta – dice l’azienda nello spot- é fatta di grano italiano miscelato a quello importato da Francia, Australia e Stati Uniti. Ma sull’etichetta non c’è scritto. Sull’etichetta non lo scriviamo, ma nello spot lo raccontiamo”. Potrebbe essere questo lo slogan dei fratelli Barilla, che aggirano il contestato decreto del ministro Martina sull’origine del grano con uno spot affidato alla simpatica campionessa di scherma Bebe Vio, Nel video si dice chiaramente per la prima volta che la pasta Barilla è preparata miscelando grano italiano e grano importato dalla Francia, dall’Australia e dagli Stati Uniti.

Da tre anni aspettavamo questa notizia. Nel gennaio 2013 avevamo chiesto a Barilla, Agnesi, De Cecco, Del Verde, La Molisana, Granoro, Garofalo, Divella e Armando, di riportare sull’etichetta l’origine della materia prima. Li abbiamo invitati anche a spiegare le motivazioni che spingono i pastifici a importare grano duro di alta qualità pagandolo anche il 20-30% in più. Allora l’azienda di Parma ci ha scritto dicendo che impiegava il più possibile materia prima nazionale, anche per motivi di convenienza economica, e dichiarava di importare il 20% della materia prima (quantità che può arrivare anche al 30% in relazione all’andamento del raccolto italiano). Altri produttori ammettevano l’importazione di grano duro ma non lo dichiaravano in etichetta e sol alcuni fornivano informazioni più precise sul sito. Nel luglio del 2017 abbiamo inviato un’altra lettera ai fratelli ricordando loro che da anni l’indicazione di origine si trova già sulla pasta Voiello che è un marchio di loro proprietà.

https://youtu.be/Oj79b_rnUEg

Adesso Barilla ha deciso di voltare pagina e usa gli spot per fare sapere alla gente che utilizza grano straniero. Si tratta di una vera rivoluzione, anche perché Aidepi (associazione che raggruppa i principali produttori) è contraria all’indicazione dell’origine in etichetta, lasciando però una finestra aperta alla fantasia e al marketing per informare i consumatori.

In questi giorni Aidepi ha fatto ricorso contro il decreto del Ministero delle politiche agricole che, in deroga alle leggi europee, obbliga le aziende a indicare l’origine del grano duro. La posizione di Aidepi è condivisibile da un punto di vista giuridico, ma non su quello strategico. La gente vuole conoscere l’origine e i produttori dovrebbero assecondare la richiesta indicandolo sull’etichetta in modo volontario. Questo non viene fatto per motivazioni poco comprensibili e in questa situazione confusa arriva lo spot di Barilla che coglie un po’ tutti di sorpresa.È la seconda volta che i fratelli di Parma dribblano i concorrenti. È successo nel 2016 con l’olio di palma. Allora mentre a Roma il presidente di Aidepi – nella persona di Paolo Barilla – difendeva l’uso del grasso tropicale, i suoi dipendenti lo eliminavano dall’assortimento e preparavano una massiccia campagna pubblicitaria per informare i consumatori. Adesso mentre Aidepi dice di non potere e volere indicare sull’etichetta l’origine del grano, Barilla affida a Bebe Vio il segreto nascosto per anni.

In questo strano gioco tra un ministro che spinto da Coldiretti vara un decreto destinato a finire nella spazzatura, e un’azienda leader che dichiara l’origine solo negli spot, chi rimane con il cerino in mano è il cittadino. Le informazioni sull’etichetta non ci saranno perché la miopia delle aziende non prevede questa concessione al consumatore, che per saperne di più dovrà andare sui siti dei pastifici, oppure ascoltare gli spot. Tra una schermaglia e l’altra si dimentica di sottolineare la nota più importante sulla qualità del prodotto. I consumatori devono sapere che l’Italia è in grado di produrre la migliore pasta del mondo e di esportarla ovunque perché importa il 20-30% di grano duro pregiato. In questi anni le aziende come Barilla hanno lasciato troppo spazio alle lobby e ai complottisti che preferiscono fare allarmismo focalizzando l’attenzione su questioni come le micotossine, il glifosato e il grano canadese. (http://www.ilfattoalimentare.it)

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