L’altare cosmico di Monte d’Accoddi

La Sardegna è un mondo da scoprire, un vero caleidoscopio di bellezze ed attrattive, non solo da ammirare ma da conoscere ed approfondire. La storia soprattutto e le antiche civiltà che nel corso dei millenni l’hanno percorsa, costruita ed abitata, destano un fascino particolare.

Nuraghi, domus de Janas, menhir, tanto parla di storia e di protostoria in Sardegna, dove l’uomo è stato presente addirittura dal Paleolitico inferiore cioè circa 500.000 anni fa; ma vi è qualcosa di più, di magico, di inesplorato, di incerto anche da un punto di vista storico-archeologico che si trova nel nord della Sardegna a qualche chilometro da Portotorres: la costruzione megalitica di Monte d’Accoddi, il più enigmatico capolavoro della preistoria sarda.

L’esame del materiale archeologico, suffragato dalle analisi del carbonio radioattivo, ha permesso di datare la struttura di Monte d’Accoddi alla c.d. cultura di Ozieri, nel neolitico recente, tra il 3.200 e il 2.700 circa a. C (più antico dei nuraghi sardi ed anche delle piramidi egizie).

Considerato unico esempio di ziqqurat dell’intera Europa – molto simile a quelle diffuse in Mesopotamia nel III millennio a.C. – si erge isolato, nel territorio semicollinare che degrada al mare del golfo dell’Asinara, a 11 chilometri da Sassari, vicinissimo alla S.S. 131. Si tratta di un grosso complesso a terrazze troncopiramidali di 36 metri x 29, costruito su grandi blocchi affiancati, riempiti di materiale quale terra e pietre, con alla sommità un altare, attorno al quale sorgeva un villaggio di capanne.

Il termine ziqqurat significa letteralmente “tempio del sole”: il santuario di Monte d’Accoddi è però dedicato a due divinità lunari, il dio Narma e la dea Ningal; non vi sono altri esempi in Sardegna ed anche nell’intero continente europeo, di un manufatto di simili sembianze, ecco perchè questo monumento preistorico è noto come un “unicum” nel panorama archeologico sardo e non solo.

L’area sacra è completata dalla presenza di un menhir posto alla sinistra della scalinata che porta alla sommità, da un altare sacrificale, oltre che da un “omphalos” o pietra rotonda: pietra “ombelico” (forse simboleggiante il sole o la luna) la cui funzione è comunque tuttora sconosciuta.

Il nome Monte d’Accoddi, deriva verosimilmente dal sardo logudorese e significa “Monte delle Pietre”, Monte de Code o Monton de la Piedra: il riferimento catastale è appunto a quello che era l’aspetto di questa collinetta prima degli scavi, che per millenni ha nascosto il monumento edificato in un luogo, con tutta probabilità, abitato e sfruttato fino dalla preistoria.

Gli studiosi pensano che l’altare di Monte d’Accoddi potesse avere la funzione di “luogo alto” che permettesse alle comunità prenuragiche di riunirsi per compiere riti legati alla fertilità; quelle antiche genti erano forse persuase che il cielo e la terra si unissero, per mezzo di quel monte, così da permettere ad una divinità di scendere tra gli uomini: l’altare, in questo modo, altro non era se non il punto più vicino di incontro tra umano e divino.

I visitatori che percorrono ancora oggi la lunga rampa d’accesso trapezoidale – secondo l’interpretazione mesopotamica che voleva che cielo e terra fossero uniti – potranno osservare il mondo circostante da lassù, un po’ più lontani da terra ed un po’ più vicini alle stelle: certamente si tratta di interpretazioni di misteri e di una storia antica che mai forse avranno una risposta sicura, ma che tuttavia regalano ai più curiosi ed interessati un valore ed un fascino davvero unici.

Alberto Porcu Zanda

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