Un anno di attività per l’hospice di Oristano. La struttura dedicata alle cure palliative dei pazienti non guaribili è stata visitata questa mattina, in occasione del compimento dei dodici mesi dall’avvio, dalla neodirettrice della Assl di Oristano Maria Valentina Marras. Oltre a ringraziare gli operatori per il prezioso lavoro svolto, la direttrice ha sottolineato l’importante passo in avanti compiuto dalla sanità del territorio con l’apertura del servizio.

«Ad oggi sono stati 96 i pazienti accolti dall’hospice, che conta sei posti letto per adulti e due per bambini, con una permanenza di circa 20 giorni e un tempo medio d’attesa per l’inserimento in struttura di 9 giorni» spiega il coordinatore della struttura Giuseppe Obinu.

Il team – composto, oltre che dal coordinatore, dal medico palliativista Filomena Panzone, dal coordinatore infermieristico Raffaele Secci, dalla psicologa Emanuela Bilancetta, da sei infermieri ed altrettanti operatori socio-sanitari – ha in realtà un raggio d’azione molto più ampio: i professionisti garantiscono le cure palliative non solo all’interno dell’hospice, ma anche a casa di tutti quei pazienti della provincia candidati ad entrarci o che ne sono stati dimessi. Difficile quantificare il capillare lavoro svolto dal team sul territorio, ma sono diverse decine alla settimana le visite domiciliari effettuate dai professionisti dell’hospice nell’intera provincia.

«La nostra presa in carico del paziente – afferma la dottoressa Panzone – avviene dal momento in cui arriva la richiesta, prima ancora del suo ingresso qui ed anche dopo le dimissioni». L’hospice diventa così un punto d’approdo, finale o transitorio, per molti pazienti con patologie oncologiche e non solo, che hanno bisogno di un approccio globale alla malattia, finalizzato non solamente ad alleviarne la sofferenza fisica, ma anche a offrire un supporto psicologico.

«Quello che siamo riusciti a creare, in quest’anno di attività, è un servizio che si pone in piena continuità con le cure a domicilio, così da garantire ai pazienti una presa in carico precoce e costante, che significa non lasciare sole le famiglie in momenti di particolare sofferenza» sottolinea il coordinatore infermieristico Raffaele Secci.

L’hospice, da parte sua, mira a diventare una seconda famiglia per chi affronta la malattia senza la prospettiva della guarigione: questa è una dimensione più umana e confortevole rispetto all’ospedale per vivere con serenità quelli che spesso sono gli ultimi momenti di vita. «Abitualmente non ci sono orari di ingresso e di uscita per i familiari, che possono stare con i pazienti per tutto il tempo che vogliono. Il Covid ci ha costretto, per motivi di sicurezza, a limitare gli ingressi a un solo parente e a contingentare i tempi delle visite, ma abbiamo cercato di aggirare questo ostacolo avvantaggiandoci del fatto che la struttura si trovi al piano terra e sia circondata da un ampio giardino: i parenti non ammessi all’interno possono così sostare e comunicare con i pazienti dall’esterno, e possono farlo senza limiti di tempo: è importante che chi se ne va, non se ne vada solo» spiegano gli operatori, che con grande umanità, anche se nel rispetto delle misure di sicurezza, fanno il possibile per soddisfare le esigenze dei pazienti, anche in un momento complicato come quello attuale.

«Ringrazio tutti gli operatori dell’hospice per il prezioso lavoro che quotidianamente, con grande dedizione e umanità, portano avanti – ha detto la direttrice Assl al termine della visita – Da parte mia, mi impegnerò per garantire loro che possano continuare a svolgerlo nelle migliori condizioni possibili».

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