Oristano – I gioielli dei Rocca, opere d’arte senza tempo

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Questa è l’avventura di un artigianato nobile e secolare, che i Rocca, hanno ereditato dai loro avi e che continuano nel loro laboratorio di Oristano, riproducendo, rielaborando e reinventando i motivi della nostra tradizione. L’esposizione all’interno del loro laboratorio, raccoglie un’ampia retrospettiva di splendidi manufatti, che hanno esposto a New York, Ginevra, Città del Cairo, Firenze, Savona, Milano, Cagliari, Porto Cervo, Serravalle Scrivia e tanti altri centri.

Attualmente i gioielli dei Rocca, sono presenti permanentemente anche in quattro musei della Sardegna. Inoltre, nel loro Laboratorio Orafo, sono state realizzate opere per i Presidenti emeriti della Repubblica Ciampi, Scalfaro e Cossiga, oltre che per Papa Giovanni Paolo II e per varie importanti personalità dello spettacolo e della politica italiana ed estera.

Quella dei Rocca è una dinastia di argentieri che vengono da lontano, nei primi dell’800, un avo di Nanni Rocca, esercitava a Gavoi la professione di notaio e viveva nella parte più segreta e antica del paese, quella di Sa Corte manna. Sono due donne, Annesa e Zuannica, insieme a Luisu, futuro padre di Nanni, che iniziano a fare gli argentieri. A Sa Corte manna, il mantice a manovella, per anni soffia ininterrottamente sulle braci di carbone, in modo da poter fondere e lavorare l’argento, di cui era ricco il sottosuolo sardo.

Da anni Nanni Rocca si è trasferito ad Oristano e i suoi gioielli, sono autentici capolavori, come il rosario donato a Papa Giovanni Paolo II, in occasione della sua memorabile visita pastorale ad Oristano il 18 Ottobre 1985, e l’aureola che adorna la Madonna di Fatima, donata alla Chiesa arborense da un’anonima benefattrice.

L’Orafo Nanni Rocca continua il suo percorso di divulgazione e salvaguardia della storia del gioiello scaramantico sardo, riprodotto nella continuità della tradizione orafa della famiglia Rocca, con gli stessi materiali, le stesse tecniche, le stesse intenzioni e lo stesso spirito dei gioielli originali presenti in Sardegna dal 1700, sino ai giorni nostri.

“Siamo depositari inconsapevoli di un sapere antico, che bisogna far conoscere alle generazioni future – spiegano Nanni e Pierluigi Rocca – La Sardegna, la sua cultura e le sue tradizioni, hanno da sempre costituito un punto di riferimento fermo e fonte di spunto notevole per la nostra professione. La passione che abbiamo ereditato dai nostri avi, orafi anch’essi, nel corso degli anni ci hanno portato ad effettuare ricerche e studi sempre più approfonditi su ciò che l’arte orafa ha rappresentato in termini di tradizione e di cultura, ma anche come manifestazione di sacralità e devozione. Le conoscenze finora acquisite ci hanno permesso di riprodurre fedelmente molteplici gioielli, tutti rigorosamente artigianali e con propria collocazione storico-territoriale”.

Come nasce l’arte orafa sarda: era per ricchi, o per tutti?

“Le pietre semi preziose della nostra terra: diaspri, corniole, geodi, ossidiane, erano in pochi a potersele permettere, allora l’estro e la fantasia degli orafi, aiutava i committenti più poveri e il modesto vetro, colorato con ossidi, veniva trasformato come per magia e la natura forniva conchiglie, denti e zanne. Metalli senza valore, venivano argentati e chi li riceveva li esibiva con la stessa fierezza di chi ostentava costosi gioielli”.

Si può dire che dalla bottega dei Rocca, escano i più significativi gioielli della nostra tradizione, come: ispuligadentes, canzos de prata, guttones e guttonedos, aneddos lados e aneddos a perlinas, pendilinzones e nuscheras, orechinas, rosarios, sebezes e puleos, oggetti di devozione, d’ornamento, amuleti. Sono tutti oggetti che nascono da un’arte paziente e raffinata, con un percorso che parte da Gavoi e incorpora anche Ollolai, Tonara, Desulo, Busachi, Mamoiada, Ovodda, Bono, Sarule, Nuoro, Sassari e tanti altri centri.

Quelli antichi, erano gioielli che accompagnavano la vita dei nostri progenitori, in particolare delle donne, ne scandivano l’esistenza, regalando qualche attimo di gioia e li tramandavano da una generazione all’altra. Dall’umile opercolo di murice incastonato in argento, sa Perda de s’ogu, che proteggeva i bambini dal malocchio, ai doni del fidanzamento, del matrimonio: sos donos, che ornavano le donne nei giorni di festa.

Oggi, l’ultimo erede della dinastia, il figlio di Nanni, Pierluigi, si è dedicato allo studio e alla riproduzione degli antichi gioielli ottenuti con paste vitree policrome di raffinata fattura, della quale si son ritrovati numerosi esemplari nella nostra Isola, presso i più importanti insediamenti Fenici di Tharros, Olbia, Sulky, Karalis, Nuraghe Sirai e altre località, risalenti al VII e IV Secolo a.C., che attestano le importanti differenze somatiche dei volti degli appartenenti alle diverse etnie, che stanziavano nelle tante città Fenicie delle coste del Mediterraneo. La forma circolare dei loro occhi è volutamente rimarcata per darne funzione apotropaica e la troviamo anche nei vaghi stessi delle collane e dei bracciali.

Gian Piero Pinna

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