Per la seconda volta celebriamo il Primo Maggio in una condizione di semi-isolamento, ancora in zona rossa, e di preoccupazione per l’emergenza sanitaria. Abbiamo alle spalle un periodo difficile, che ha messo alla prova il nostro sistema economico e sociale, ci ha cambiati, esasperati, per molti versi temprati e per altri resi più deboli. Ma in ogni caso, ha dimostrato, nei fatti, quanto il lavoro sia centrale nella nostra quotidianità.

E’ centrale il lavoro del personale della sanità, degli insegnanti, dei trasporti e di tutti gli operatori di appalti e servizi; dei supermercati, negozi, bar e ristoranti; e ancora, delle campagne, fabbriche, cantieri, uffici: ovunque, sono stati i lavoratori – anche quelli invisibili ai più, i precari, gli sfruttati e sottopagati – a garantirci tutto ciò che per noi era indispensabile, o necessario. E centrale è il lavoro di chi, purtroppo, nella pandemia lo ha perso o non lo ha trovato, di tutte quelle categorie che, loro malgrado, si sono dovute fermare per contenere la diffusione del virus. Il lavoro che è mancato, soprattutto alle donne e ai giovani, ai sommersi, ai parasubordinati e poi agli stagionali e a tutti gli altri, creando disagio, disuguaglianze e disperazione, mostrando una volta di più quanto esso sia determinante per il funzionamento della nostra società, nelle nostre vite, nelle relazioni quotidiane.

Ecco perché ripartire, ora, significa anzitutto rimettere in marcia tutto il mondo del lavoro, significa rifondare una nuova normalità, tradurre le opportunità in cambiamento, ricostruire una realtà migliore di quella che abbiamo lasciato prima. Sarà un percorso lungo e faticoso, ma dobbiamo iniziare a percorrerlo in fretta, a partire dalle risorse messe a disposizione dallo Stato e dall’Europa con il Recovery plan e i fondi strutturali. Sono opportunità che la Sardegna, già in forte ritardo di sviluppo prima dell’emergenza sanitaria, non può permettersi di sprecare: per questo il sindacato ha espresso una forte critica verso l’operato della Giunta, che ha mostrato, purtroppo, tutta la sua inadeguatezza. Ne sono prova sia la gestione dell’emergenza (a iniziare dai ritardi della campagna vaccinale e dal vergognoso trattamento riservato alle persone fragili), sia l’inconsistenza delle misure per i lavoratori e le famiglie in difficoltà. E ancora, mostrano quell’inadeguatezza le azioni di governo sconsiderate, come il pasticcio della legge sul piano casa impugnata per incostituzionalità, e l’inconsistenza della Regione dentro il quadro programmatico delle risorse e dei progetti per il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Servirebbero invece idee e strategie, e servirebbe condividere con la più ampia rappresentanza del popolo sardo le scelte che riguardano l’utilizzo delle risorse comuni per il bene collettivo, per disegnare il futuro secondo valori e principi di democrazia e giustizia sociale, di inclusione e solidarietà, secondo un modello di sviluppo sostenibile ecologicamente e socialmente, in una visione autenticamente progressista. Sono infatti intitolate direttamente alle future generazioni, alle pari opportunità, alla sicurezza, alla giusta transizione i piani e i fondi disponibili per il cambiamento della società nelle sue basi produttive e nell’organizzazione della vita civile. Tutto questo manca in Sardegna, perché la maggioranza al governo appare affaccendata in altre beghe e altri interessi, discussi in ambiti ristretti, anzi ristrettissimi. Ciò accade, esponendoci tutti al rischio di veder vanificate le opportunità di trasformare la tragedia della pandemia in un nuovo inizio, nella totale assenza di confronto, visto che non c’è una sola categoria, sociale o economica, non c’è una sola associazione o organizzazione di rappresentanza, e nemmeno gran parte delle stesse forze politiche, che possa dire di avere un rapporto positivo, o almeno un dialogo aperto sulle cose da fare con il presidente della Regione e con la giunta, se mettiamo da parte le sporadiche iniziative personali di qualche assessore.

Il sindacato, di fronte a questa situazione ormai davvero insostenibile, ha sollecitato, incalzato, proposto e rivendicato azioni e strategie per affrontare sia l’emergenza che la ripartenza. Non c’è stato verso: chi governa continua a farlo in solitudine, sbagliando nel metodo e nel merito. Con senso di responsabilità, per evitare assembramenti e per il rispetto dovuto a tutti i cittadini, stremati dall’emergenza sanitaria, abbiamo rinviato la mobilitazione generale che avevamo proclamato insieme a Cisl e Uil. Quella mobilitazione verrà rimessa in calendario appena possibile: la Cgil ribadisce l’urgenza di un cambio radicale nei metodi e nell’azione del governo regionale. I fondi disponibili, i piani e i progetti per la ripartenza, rappresentano una scommessa sul futuro che non possiamo permetterci di perdere, ed è questa la vera partita che si gioca adesso.

Il segretario generale

Michele Carrus

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