Quattro storie al femminile per conoscere la Cagliari del passato

Cagliari offre innumerevoli spunti di interesse non solo storico, artistico, architettonico, di tradizioni. Un modo diverso ed intrigante per conoscerla meglio, può essere quello di scoprirne i segreti, attraverso personaggi che vi abitarono.

Lo facciamo attraverso la narrazione di quattro figure di donne, differenti l’una dall’altra, quella delle schiave e delle serve, delle panetteras e delle materassaie, delle donne borghesi e delle nobili.

Ogni figura di donna, apparteneva non solo ad una classe sociale diversa, ma anche – e non a caso – ad un quartiere differente, ognuna di queste abitante a Marina, Villanova, Stampace, Castello.

L’occasione di questo piccolo viaggio-percorso (in quattro puntate), per i vecchi quartieri cagliaritani per tuffarci nel passato e nella vita delle protagoniste, è frutto dell’idea della guida turistica Claudia Farigu, che nell’intervista spiega: “Ci sono cento modi per conoscere la città ed altrettanti per spiegarla e farla conoscere; penso che un sistema interessante, non solo per il visitatore ma anche per chi è un appassionato di storia e tradizioni cittadine, possa essere proporre una visita agli antichi quartieri, associandola alla narrazione di quella che era la vita delle persone che ci vivevano”.

“D’altra parte – spiega meglio la guida turistica – cosa c’è di meglio per comprendere la città e la storia locale, se non quella di approfondire quale fosse il tessuto sociale dell’epoca: come viveva la gente in città e nelle campagne intorno? Che tipo di lavoro svolgeva a seconda della classe sociale? Svaghi, costumi, assetto familiare?”.

Si parte dal quartiere Marina, la antica Lapola, raccontando di una figura che nel quartiere di allora – che era un vero e proprio porto di mare, aperto ai traffici ed agli scambi con il resto del Mediterraneo – vedeva protagonista femminile, una figura che pochi forse immaginano, essere presente nella città: quella della schiava.

“Il fenomeno della schiavitù – spiega infatti Farigu – sopravvisse con l’avvento del cristianesimo, anche nell’ambito della gestione del patrimonio ecclesiastico. Nel 599 d.C. Gregorio Magno inviò un suo emissario in Sardegna per acquistare ‘schiavi barbaricini a buon prezzo’, da destinare agli asili e altre strutture di sostegno dei bisognosi, una volta convertiti al cristianesimo (il che, era cosa necessaria dato che i sardi praticavano ancora riti pagani, soprattutto nelle zone interne dell’isola)”.

“Dalle navi che approdavano a Cagliari – prosegue ancora – non sbarcavano solo marinai e merci, ma anche essere umani, sequestrati oltremare e venduti in città come una qualsiasi mercanzia. Nel ‘300, sappiamo che gli schiavi erano prevalentemente greci e mori; nel ‘400 dall’area dell’est Europa, russi ed ungari; mentre dal ‘500 in poi saranno nord africani e levantini. Le donne schiave che approdavano a Cagliari solitamente avevano un’età tra i 18 e 30 anni, ma vi sono notizie di sfortunate che erano appena adolescenti”.

La regola era che, più erano giovani ed in buona salute, meglio era e quindi maggiore era il loro valore e la loro richiesta. Non c’è bisogno di sottolineare che tale valore andava a diminuire con l’avanzare dell’età e proporzionalmente andavano ad aumentare i maltrattamenti subiti.

“Si racconta di una schiava russa di appena 13 anni che a metà ‘400 venne ceduta da un argentiere del Castello a un mercante; che dire poi, della giovanissima schiava africana di appena 16 anni che nel 1482 venne acquistata dai canonici Nicolò e Guglielmo Canyelles e battezzata Laurenzia?”

In genere le schiave una volta giunte sull’isola si convertivano al cristianesimo anche se non era infrequente che ciò non avvenisse; in questo ultimo caso il loro inserimento sociale era comunque assicurato dato che la società cagliaritana dell’epoca era multietnica e tollerante.

Che facevano le schiave? Mentre in epoca romana, i numerosi schiavi in Sardegna vennero destinati a lavorare in campagna nei grandi latifondi, a partire dalla presenza iberica conseguente ala dominazione spagnola, sono invece destinati ai lavori domestici, cioè a servizio delle famiglie nobili e dell’alta borghesia.

Più era benestante la famiglia, più schiavi e servi maschi aveva a disposizione; migliori per conseguenza, erano le condizioni di lavoro per la schiava, che poteva così evitare le mansioni più pesanti come – per esempio – spaccare la legna e andare a prendere l’acqua alla fontana. Finché erano giovani e in forza, le schiave venivano trattate abbastanza bene e sfruttate come forza lavoro.

Peraltro, come si può facilmente immaginare, lo sfruttamento era spesso anche di altra natura, essendo queste fanciulle assolutamente senza diritti, indifese e al completo servizio del padrone che ne approffittava. Non sono rare le conseguenze in questi casi: sappiamo di una schiava di nome Giovanna, che venne affrancata dalla padrona insieme alla figlia 4 anni (che in realtà è la nipote della Signora), frutto di una relazione tra suo figlio e la schiava.

La schiava aveva tuttavia una possibilità, quella di affrancarsi, possibilmente ancora in giovane età e diventare liberta.

“Avveniva – spiega Claudia Farigu – che i padroni decidessero l’ammontare del riscatto da pagare, che di solito era una somma di denaro, al di sopra del valore di mercato della schiava; avevano così tutto l’interesse ad incoraggiare le schiave a comprarsi la libertà. Dato che non veniva pagata per il lavoro svolto a servizio del padrone, la schiava doveva guadagnarsi i soldi prestando il suo lavoro (nel poco tempo libero che aveva) altrove, come una serva qualunque. Prima di pagarsi la propria libertà, la schiava faceva in modo di mettere da parte un po’ di denari in più, per essere finanziariamente indipendente, una volta affrancata”.

C’era poi il caso non infrequente di alcuni padroni che restituirono la libertà alle sventurate, per via dei sensi di colpa o per puro spirito cristiano. In questi casi fornivano alla schiava anche i mezzi economici per poter vivere dignitosamente.

Il nuovo status di liberte, comportava per le schiave affrancate, un importantissimo salto sociale: entravano a fare parte del ceto della bassa o media borghesia, perché a differenza delle donne del popolo avevano mezzi per provvedere a sé stesse; potevano aprire una piccola attività, acquisire casa ed assumere delle serve bianche e cristiane.

“Le liberte – spiega ancora la guida Claudia Farigu – si trovano in una posizione più vantaggiosa rispetto alle donne che appartenevano dello strato più povero della società cagliaritana. Rimane la considerazione che non le si poteva di certo invidiare un passato da schiava, strappata alla terra d’origine, venduta con lo scopo di compiacere i padroni”.

“L’ipotesi peggiore per la schiava era l’avanzata degli anni: invecchiare, non poter più lavorare prima di poter pagare il proprio riscatto. Spesso, quando perdevano ogni utilità, i padroni non si facevano scrupoli a lasciarle morire in casa, negando loro il cibo sufficiente. Non potevano certo abbandonarle in strada, né all’ospedale di Sant’Antonio che accoglieva le donne povere senza mezzi di sostentamento, ma solo quelle libere. Le schiave, invece, erano responsabilità del padrone che doveva occuparsene in un modo o l’altro. Alcuni padroni – sottolinea Claudia Farigu – pur di disfarsi di loro le affrancavano gratuitamente o per due soldi, pur di liberarsene”.

Il fenomeno della schiavitù si trascinerà tristemente fino alla prima metà dell‘800, quando si farà pressione a livello internazionale per abolire questa pratica crudele. Ufficialmente solo nel 1856, durante il congresso di Parigi, le grandi potenze ne decreteranno la soppressione. Di conseguenza, manco a dirlo, finiranno i saccheggi sulle coste del Mediterraneo.

( … Continua. Nel prossimo numero: le Panetteras di Villanova).

Alberto Porcu Zanda

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