Sa Die de sa Sardigna e lo ‘scommiato’ dei piemontesi invasori

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Sono trascorsi ben 226 anni da quel 28 aprile 1794, giorno nel quale iniziarono le sommosse del popolo sardo contro gli invasori piemontesi.

Oggi è la 26esima ricorrenza – istituita con la Legge regionale n.44/1993 – de ‘Sa Die de sa Sardigna’, ricordata a Cagliari anche come ‘Sa die de s’acciappa’ (il giorno della cattura) … (dei piemontesi).

Da quel lontano 28 aprile 1794 iniziò la ‘Sarda Rivoluzione’, i moti di ribellione, con le sommosse di popolo che esasperato per i soprusi patiti, si ribella all’invasore: vespri sardi che durarono fino al 1796.

C’è da dire che un antefatto storico importante, fu l’attacco subito dalla Sardegna da parte dei francesi nell’anno precedente, il 1793: Cagliari venne presa a colpi di cannone e subì il tentativo d’invasione dell’armata francese che tentò lo sbarco nel Golfo degli Angeli; la difesa dei cagliaritani fu strenua e vittoriosa e gli invasori furono respinti (a memoria della battaglia, rimangono – ai giorni nostri – ancora visibili le palle di cannone infisse sulla facciata di Palazzo Boyl in Castello).

Ebbene, nessun riconoscimento venne elargito a ringraziamento di quelle eroiche gesta, da parte del governo sabaudo e ciò provocò insoddisfazione e delusione nel popolo. In più, i sardi ritenevano maturi i tempi affinchè venisse riservata a funzionari locali, una parte degli impieghi civili e militari, accompagnata da una maggiore autonomia rispetto alle decisioni della classe dirigente locale.

Niente di tutto ciò, i sardi erano totalmente esutorati da ogni ruolo nell’amministrazione del territorio e nessuna risposta arrivò dai Savoia neanche sulla invocata riforma degli Stamenti (i rami in cui era suddiviso l’antico parlamento sardo erano lo stamento baronale, ecclesiastico e demaniale).

Da qui i moti, le insurrezioni e lo ‘scommiato’ (la cacciata) dei piemontesi dall’isola, culminata con la fuga del viceré Vincenzo Balbiano ed i funzionari sabaudi: in tutto furono catturati 514 funzionari continentali e rispediti in Piemonte.

Leggenda vuole, che i piemontesi venivano stanati dalla città uno ad uno, con un metodo infallibile: per distinguere i sardi dagli stranieri bastava chiedere a chi si incontrava per strada “Nara cìxiri!” e chi non pronunciava correttamente la ‘x’, palesando la provenienza non isolana, veniva immediatamente imbarcato di forza e cacciato.

Incoraggiata dalle vicende cagliaritane, la protesta di popolo divenne generalizzata ed arrivò a comprendere tutta l’isola, coinvolgendo in un crescendo di malcontento ed insofferenza anche il nord, con la città di Sassari che conobbe anch’essa moti anti-feudali salvo poi, essere alla fine sfortunatamente repressa; a capo della protesta insurrezionale, Giovanni Maria Angioy, già Giudice della Reale Udienza e patriota dell’autonomismo.

Un’efficace spaccato di quei travagliati anni di storia della Sardegna, sono contenuti in un poemetto di Francesco Ignazio Mannu ‘Su patriotu sardu a sos feudatarios’ (Il patriota sardo ai feudatari), divenuto inno ufficiale della Sardegna dal 28 aprile 2018.

L’inno è conosciuto dai più, grazie al famoso incipit di ingresso del componimento, con il Procurade ‘e moderare barones sa tiranìa, “Cercate di moderare, o Baroni, la vostra tirannia”.

Il Mannu, giudice ozierese che ha vissuto sulla sua persona quegli eventi di lotta, racconta con competenza ed efficacia i fatti spiegando in versi, la lotta dei sardi contro la prepotenza dei feudatari, interpretando i sentimenti e le aspirazioni del popolo sardo, il programma per una vita migliore, sfociata nella ribellione.

Il vero nemico erano i piemontesi, principali responsabili del degrado dell’isola, ma sopratutto i feudatari, la vera cancrena di quei tempi con il sistema feudale che si è voluto – giunti ad un punto di non ritorno – distruggere una volta per sempre.

Questa giornata va ricordata, come momento identitario del popolo sardo, di risveglio dalla tirannia, per il coraggio che ha guidato i nostri avi in quelle gesta di protesta e ribellione contro uno stato accentratore e sordo dinnanzi alle richieste del suo popolo.

Potrebbe obiettarsi che forse fu una rivoluzione che non ha vinto, che Giovanni Maria Angioy non ha ottenuto nell’immediato il risultato sperato, ma occorre guardare ai fatti narrati, consci che, per rimanere nelle parole del Prof. Luciano Carta, storico e studioso della Sardegna: “Ciò che importa è che le idee non muoiono mai e che da due secoli, i sardi guardano a quegli anni, coscienti del fatto che la ‘Sarda Rivoluzione’ e Giovanni Maria Angioy, costituiscono l’alba della Sardegna contemporanea”.

Alberto Porcu Zanda

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