
Mitii e leggende della Sardegna con “Miele Amaro”, avvincente spettacolo-concerto liberamente tratto dall’omonimo libro di Salvatore Cambosu, con Stefano Ledda (voce narrante) e con Andrea Congia (chitarre e pedal board) e Andrea Cocco (fisarmonica e strumenti tradizionali sardi), selezione dei testi a cura di Andrea Congia e Stefano Ledda, adattamento e regia di Stefano Ledda e drammaturgia musicale di Andrea Congia, produzione Teatro del Segno e Tra Parola e Musica / Casa di Suoni e Racconti in cartellone domenica 23 novembre alle 19.30 al TsE di Is Mirrionis in via Quintino Sella a Cagliari, per un nuovo appuntamento (fuori abbonamento) con la Stagione di Teatro Senza Quartiere 2025-2026, nell’ambito del progetto pluriennale Teatro Senza Quartiere / per un quartiere senza teatro (2017-2026) a cura del Teatro del Segno.
Sulla falsariga della preziosa antologia, pubblicata nel 1954 a Firenze, e ristampata alle soglie del nuovo millennio da Il Maestrale e poi da Ilisso, “Miele Amaro” accosta la figura di Aristeo, «Figlio della Terra, missionario civile nell’agricoltura, nella pastorizia e fin nella medicina» cui si attribuisce la fondazione della città di Olbia, “la felice”, e Agrilla, ovvero Osidda o più probabilmente Padria, con l’antica statuetta ornata da api ritrovata a Oliena, in una regione detta “sa vidda ‘e su medde” (il villaggio del miele), all’arte dell’apicoltura e specialmente, con citazioni da Orazio e Virgilio, al gusto del miele prodotto nell’Isola, reso amaro dai fiori di corbezzolo. Una favola dark, una tragica storia d’amore prende forma sul palco con “La madre dell’ucciso”, come monito contro l’avidità e l’aspirazione a migliorare la propria posizione sociale, in contrapposizione alla nobiltà d’animo e alla purezza dei sentimenti. Nello spettacolo, come nell’interessante saggio, si alternano prosa e poesia, tra novelle, canti e preghiere, oltre a note antropologiche e testimonianze, nell’interpretazione di Stefano Ledda, sulla colonna sonora composta e eseguita dal vivo da Andrea Congia alla chitarra (e pedal board), con la partecipazione del polistrumentista Andrea Cocco alla fisarmonica e alle launeddas, tra temi originali e tradizionali, che rimandano alla musica popolare sarda.
“Miele Amaro” di Salvatore Cambosu svela i molteplici volti della Sardegna, una terra antica nel cuore del Mediterraneo, tra la civiltà agro-pastorale con i suoi arcaici riti e i saperi tramandati attraverso le generazioni e la modernità, mettendo a confronto il pensiero di tal Stefano Virde che elogiava la laboriosità e semplicità di costumi dei suoi abitanti e la salda e inflessibile dottroina di Lucifero, vescovo di Cagliari, in contrasto con il pontefice. Nel capitolo intitolato “Dal Vecchio al Nuovo Testamento” lo scrittore traccia una sintetica storia dell’Isola, tra il susseguirsi di dominazioni straniere e simboli di ribellione e indipendenza come Amsicora e la giudicessa Eleonora d’Arborea, le spirito risorgimentale e le catastrofi naturali, la peste e l’invasione delle cavallette, in un gioco di specchi tra il passato anche remoto e il presente. La vita dura e la dignità dei contadini che vivono seguendo il ciclo delle stagioni, un calendario declinato in sardo tra i nomi dei mesi e le feste dei santi, gli antichi abitanti, venuti (forse) dal mare, l’arte di scolpire e levigare le pietre e fondere i metalli, per forgiare le inevitabili armature, ma anche la scienza di indovini e stregoni, la scoperta o meglio il “dono” del fuoco lasciano spazio alle epigrafi greche e romane.
Il viaggio nel tempo prosegue con Ospitone, il Re Pastore e la leggenda sul sacrificio dei vecchi, la storia e la lezione di San Giorgio, la Carta de Logu e la Sardegna medioevale, tra chiese e castelli, la favola del “Cervo in ascolto” e l’arte della tessitura, la leggenda di Maria Pietra, le parole incantatrici e “Il racconto del domatore”, un “attitidu” burlesco, e i ricordi e la grazia muliebre de “La sposa alla finestra”. E ancora i racconti di Potenzia Moro e Bonaventura Mameli, la giornata di un pescatore, gli “Sfoghi del Povero” e la ballata del “Cavaliere della Fame”, le memorie dei soldati e le imprese della Brigata Sassari; il canto della “Notte ‘e sos Resuscitados” e “Il Pianto di Nostra Signora”; i versi struggenti degli Attitidos; e ancora novelle e indovinelli, poesie natalizie e una ninna nanna, e le Elegie del tempo perduto. Un “Ricordo di Cosima” (dedicato a Grazia Deledda) e una raccolta di poesie e canzoni in logudorese, il canto del bovaro e altri apologhi agresti, storie di tonnara e il segreto “per diventare poeta” e perfino una “Commedia a soggetto”, per finire con “Sette picchi al portone” e “Il trenino se ne va”, che suona come un’ode ai paesaggi aspri e selvaggi della sua Isola.
“Miele Amaro” è una silloge affascinante, uno scrigno che racchiude gioielli letterari e riflessioni sulla storia, la cultura e l’anima di un popolo, un’opera importante e utile per chi desiderasse indagare la poesia e la musica, le tradizioni e gli antichi saperi della Sardegna. Tra favole antiche e apologhi originali, usanze e riti, echi di un’antica civiltà e paesaggi incontaminati, il libro dell’intellettuale e scrittore di Orotelli sposa il gusto per l’erudizione e il sincero amore per la sua terra: Salvatore Cambosu si fa cantore dell’identità perduta, con l’affermarsi di nuovi modelli estranei e di una egemonia linguistica, che rischia di cancellare la matrice originaria e spezzare il legame con le radici.
Giornalista