Tornano i vertici inutili tra schermaglie e divisioni

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Quella di venerdì scorso è stata solo una fiammata, una reazione umorale e a caldo per l’esito inaspettato del referendum. I veri effetti sui mercati del trionfo dei «Leave» si vedranno a partire da oggi. E molto dipenderà da quanto i leader europei riusciranno a garantire, per usare le parole di Christine Lagarde, una «transizione morbida» verso un nuovo regime di relazioni economiche tra Bruxelles e Londra. Il rischio è di divergenze tra istituzioni comunitarie e governi nazionali che darebbero altra spinta alle forze centrifughe.240646-soaked

L’agenda di Bruxelles è fitta di vertici (dalla trilaterale Renzi-Hollande-Merkel di oggi, alla due giorni del Consiglio europeo con avvio domani e al forum delle banche centrali organizzato dalla Bce per domani a Sintra con Draghi, il numero uno della Fed Yellen e il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney) ma i soggetti in campo sono divisi e ognuno punta a ottenere risultati da spendersi a livello nazionale. Innanzitutto c’è il timing dell’uscita della Gran Bretagna dalla Ue che Renzi e il francese Hollande vorrebbero prima possibile per arginare la speculazione sui mercati mentre la Merkel prevede tempi più lunghi. Ma c’è soprattutto la partita economica. Renzi pensa approfittare dell’onda anti rigorista per strappare regole più morbide sugli investimenti, ovvero un aumento rispetto a quelli del 2015 da scorporare dal Patto di Stabilità. Fuori dai parametri di Maastricht sarebbero compresi anche gli incentivi statali per gli investimenti privati. L’Eliseo è d’accordo e anzi vorrebbe modifiche ancor più profonde per evitare una Finanziaria da lacrime e sangue in piena campagna elettorale (la Francia va al voto tra dieci mesi). Richieste alle quali la Merkel difficilmente sarà disponibile; anche la Cancelliera ha di fronte l’appuntamento elettorale (nell’autunno 2017).

C’è poi il tema dell’immigrazione. L’Italia punta a irrobustire il Migration Compact per l’Africa mentre Parigi punta a una «Schengen 2» per maggiori controlli europei alle frontiere esterne e non solo in casi di emergenza.

Sul tavolo anche il progetto, finora una chimera, di una difesa comune con l’integrazione degli eserciti di Francia, Germania, Italia e Polonia. Un’operazione finora ostacolata dalla Gran Bretagna e che ora potrebbe procedere spedita.

Ma si tratta di temi che sono sul tappeto da anni, al centro di vertici ripetuti quanto inconcludenti. Non a caso hanno alimentato la rabbia contro la politica di Bruxelles percepita come esclusivamente vessatoria e germanocentrica, poco attenta alle ragioni della crescita.

Il tema dello sviluppo come priorità rispetto ai rigidi parametri ragionieristici è da tempo sul tavolo della Commissione europea che però continua a seguire la strada del rigorismo ad oltranza. Così il nodo dell’immigrazione e del terrorismo. Neppure la strage di Bataclan è riuscita a imporre a Bruxelles decisioni radicali. Quando Italia e Grecia hanno posto con forza il problema dell’immigrazione, la risposta comunitaria è stata tiepida.

La riforma della macchina burocratica di Bruxelles, pachidermica quanto costosa, è un’esigenza che è stata rilanciata a più riprese ma finora senza risultati tangibili. Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker e quello del Consiglio Ue, Donald Tusk, dovrebbero interrogarsi sulle cause della marea anti Ue. Il rischio è che i vertici si risolvano nel solito bla-bla-bla.

Laura Della Pasqua

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