Ugo Cappellacci sulla sua pagina Facebook si rivolge ai figli dopo la condanna (in primo grado) a 2 anni e sei mesi inflittagli nei giorni scorsi dai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Cagliari per il crac milionario della Sept Italia, l’azienda sarda che produceva vernici fallita nel 2010 e di cui l’ex governatore era consigliere d’amministrazione.
“Cari figli miei adorati, Giuseppe, Chiara, Margherita,
è a voi che rivolgo questa mia lettera, perché è nei vostri occhi che in questi anni ho visto riflessa la mia sofferenza e nel vostro sguardo ho ritrovato la fiducia nelle avversità. Ho deciso di farlo pubblicamente perché è dalla vita pubblica che ha origine il dolore che ancora una volta ci lacera. E perché vorrei che tutti sapessero che cosa si prova quando la tua vita di padre, di marito, di professionista e infine di politico viene travolta da un’indagine giudiziaria. Ho letto che sono trascorsi 30 anni dall’assoluzione di Enzo Tortora. Per gran parte di questi anni ho sempre pensato che certe cose potessero capitare soltanto agli altri. Poi però ho vissuto l’esperienza devastante di ben nove processi, sette conclusi con la formula più ampia di assoluzione: quella secondo la quale il fatto non sussiste. Innocente. L’ultimo conclusosi con una condanna. Una condanna per qualcosa che nn ho mai commesso. Una condanna per la quale combatteremo nei successivi gradi di giudizio per avere Giustizia. Ma da innocente ho scontato una pena senza condanna: quella di chi viene additato come una persona lontana anni luce dai propri principi, di chi si vede attribuire qualcosa che non c’è e finisce sui giornali come un delinquente. È un danno che nessuno può risarcire. Nessuno ti può risarcire il senso di smarrimento, la vergogna per l’aver incrociato gli sguardi diffidenti, il vedersi denudato della propria identità di uomo, di padre, di professionista e intrappolato in una maschera che nasconde il tuo volto. E quando vieni assolto nessuno ti restituisce il tempo, gli stati d’animo, pezzi di vita che non torneranno. Nessuno ti chiede scusa. Anzi, ti trascini dietro quasi il dubbio di chi pensa che te la sia scampata. Non me la prenderò mai con la Magistratura. Come in tutte le categorie ci sono persone più attente, giudici di cui riconosco il valore, ed inquirenti che nel momento in cui aprono un fascicolo, non hanno la giusta attenzione che si dovrebbe avere quando si ha a che fare con la vita delle persone. Dopo 12 anni, arriva una nuova indagine. “Sono sereno”, si usa ripetere in questi casi. Io non ripeterò questa frottola. Sono turbato, frustrato, arrabbiato. Non sarebbe umano essere sereno. Ma affronteremo anche questa difficoltà, con la consapevolezza che niente e nessuno potrà farmi diventare una persona diversa da quella che sono e che voi ben conoscete. Ancora una volta vedrò il mio nome legato ad accuse che sono lontane anni luce dal mio modo di pensare ed agire. Sono stanco di subire questa ingiustizia. Verrebbe quasi l’impeto di andare ad Uta, legarsi alle sbarre e dire a chi crede in queste accuse: “Io sono qui, ora spiegate alla comunità perché”. Non lo farò perché ho voi, perché in questi anni ho incrociato tante persone in difficoltà alle quali ho chiesto di tenere duro, di andare avanti. Non lo farò perché credo ancora nella parola Giustizia e vorrei che anche voi non smetteste di crederci. E a voi, ai ragazzi come voi, vorrei dire di non smettere mai di battervi per un mondo più giusto, nel lavoro, nella scuola, nelle comunità. Fatelo a testa alta perché non avete nulla di cui vergognarvi. Fatelo con la consapevolezza che nessuno può privarvi della vostra dignità. Siate felici nella vostra vita, io lo sono per tutti i doni che il Signore mi ha dato: voi, vostra madre, gli affetti e gli amici più cari. Vi voglio bene e vi abbraccio forte.”

  Papi

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