
Vizita – “Era un angelo, era solo un angelo”. Così il sacerdote di un remoto villaggio commenta tristemente la scomparsa del suo “ospite”, da lui abbattuto con un colpo di fucile perchè scambiato per un uccello in virtù di un ricco piumaggio. “Vizita”, andato in scena ieri al Teatro Massimo nell’ambito della rassegna “Questioni di Stile”, è uno spettacolo teatrale che emoziona, che tocca le corde dell’animo umano. A dirigerlo c’è Davide Iodice ispirato dal romanzo visionario
“La visita meravigliosa” di H.G. Wells.
Prodotto dal Teatro Miglieni e da Sardegna Teatro, l’evento scenico è prodotto in Albania e questo non sembra essere legato al caso considerando che l’angelo conosce le stesse tematiche che hanno coinvolto negli anni’90 i cittadini provenienti dal Paese delle Aquile. Cosi, in un qualunque villaggio dei Balcani, emarginazione e paura del diverso si scontrano con i concetti di accoglienza che dovrebbero sussistere nell’umanità.
Qui, fra banconi di chiesa e riti cristiani, si muove una piccola comunità alla prese con la quotidianeità e non perfettamente propensa al cambiamento. Oltre all’accogliente prete (Pjerin Vlashi) e all’angelo (Fritz Selmani), ci sono il matto (Nikolin Ferketa), una madre (Raimonda Markja), la governante (Rita Gjeka Kacarosi), Delia (Julinda Emir)i, il medico (Jozef Shiroka) la signora (Merita Smaja) il militare (Alexander Prenga) il contadino e signor Gotch (Vladimir Doda).
Il prete si prende cura del suo fragile ospite che oggi potrebbe essere un migrante che non sa praticamente nulla del paese che lo accoglie. L’angelo ignora il mondo terreno sebbene sia curioso e si informi su tutto. In questa sete di conoscenza sono compresi i sentimenti umani e la meraviglia si accentua anche quando il paese gli lancia le pietre. “Perchè chi crea dolore non conosce il dolore che può provocare?”. Dagli uomini tuttavia impara anche l’egoismo, la collera e persino la proprietà privata tramite le minacce del signor Gotch.
Chi è questo individuo senza vestiti, senza scarpe, che parla di amore? E’ un malato di mente? E’ un impostore? Le domande si sprecano e quelle ali danneggiate dallo sparo, sono causa e conseguenza dell’ emarginazione e della bellezza nella diversità. In quel piccolo centro, c’è chi come Delia rimane affascinata da lui e c’è chi come la governante lo caccerebbe in seduta stante. Il medico vorrebbe farlo vedere dagli studiosi mentre il contadino lo aiuta a fuggire da recinto di flio spinato.
La musica dei Balcani, curata da Lino Cannavacciuolo, rende più intrigante l’evolversi della vicenda mentre il violino, suonato dall’angelo per colmare la propria tristezza, intinge di dolcezza l’atmosfera. Le luci di Loic Hamelin invece amplificano la drammaticità della vicenda di uno “straniero”. “Questo mondo non è per gli angeli”: questo afferma il militare in terza persona nel suo turno di narrazione fra gli stessi personaggi. E’ un’amara constatazione che spinge il pubblico a riflettere, a raccordarsi con tutto ciò che appare non convenzionale rispetto a quelli che sono gli standard. Del resto, “siamo umani, questo è il nostro grande pregio. O è anche il nostro grande difetto”.
Iodice con questo spettacolo conquista il pubblico ponendo sullo stesso piano paura e speranza, odio e amore e quei cinque minuti ininterrotti di applausi ne certificano la riuscita.


foto Teatro Massimo
Giornalista