Quattro storie al femminile per conoscere la Cagliari del passato: la donna del popolo

Quando si parla dell’antico quartiere di Villanova, si deve pensare ad un agglomerato di case che accoglievano principalmente gente povera, contadini provenienti ‘de is biddas’, artigiani del legno, fabbri ferrai, venditori ambulanti; insomma, una categoria di indigenti dai compensi spesso non sufficienti a mantenere la famiglia, che viveva in piccole abitazioni buie e malsane.

Di questo ambiente caratterizzato dal censo bassissimo, faceva parte la donna del popolo, libera in teoria, che viveva con un unico intento fin da giovanissima, riuscire a sposarsi per migliorare le sue condizioni di vita.

Per questo – fin da quando era bambina – doveva mettere insieme una dote seppure modesta: senza quella, nessuna donna poteva maritarsi. A tutte, a prescindere dal livello sociale, veniva imposto questo gravame.

La donna del popolo si guadagnava da vivere col proprio lavoro: era l’unica donna libera a mantenersi da sola e fin dalla più tenera età.

Per fare questo, le alternative erano sostanzialmente due: andare a lavorare a servizio, o dedicarsi al mestiere più antico del mondo; per questo, a Cagliari esisteva l’apposita Carrer de Calabraga (nota anche come via dei Biscottai), nelle immediate vicinanze del Palazzo Viceregio dove esercitavano le sfortunate dee dell’amore.

“Decisamente ambìto per le giovanissime – spiega la guida turistica Claudia Farigu – era il mestiere di domestica. In tal modo, il tenore di vita migliorava notevolmente: prelevate dal loro stato di miseria, potevano sfamarsi tre volte al giorno ed essere vestite seppure con la roba smessa dei padroni.

A volte venivano offerte dalla famiglia di origine – che non riusciva a provvedere al loro sostentamento – fin da piccolissime: affidate ai padroni che le accoglievano prima di metterle a lavorare a servizio, venivano da subito vestite e nutrite, allo scopo di poter iniziare verso gli 8 anni a svolgere le prime mansioni. Il contratto tra i genitori e la famiglia che accoglieva la ragazza, aveva in media una durata di 10 anni, alcune volte anche il doppio, in base all’età della serva. Naturalmente lo stipendio delle bambine veniva versato ai genitori, che ne mettevano via una parte per la futura dote. Andare a servire, consentiva inoltre di farsi il corredo: se la ragazza aveva la fortuna di finire in una famiglia molto benestante, dove la padrona era solita acquistare nuovi vestiti e biancheria di frequente, riceveva in dono la roba usata che era considerata vecchia”.

Purtroppo, raggiunta l’adolescenza, le serve erano soggette alle attenzioni dei loro padroni, indistintamente padri e anche figli. In questo caso, spessissimo, le conseguenze erano delle gravidanze indesiderate.

Spiega ancora Claudia Farigu: “Nel libro in cui si annotarono i ricoveri nella Stufa (il reparto che doveva essere riservato alle pazze e malate di sifilide) dell’antico Ospedale medioevale di Sant’Antonio – che fino al 1848, anno in cui inizio ad operare il San Giovanni di Dio, era l’unico esistente a Cagliari – sono state registrate alcune serve ‘che vennero incinte’. Tra queste, è possibile che qualcuna, abbia avuto la possibilità di lavorare come balia per il Comune presso lo stesso ospedale, considerando che presso la stessa struttura, vi era la ‘ruota degli esposti’, ossia i neonati abbandonati dalle madri che non potevano provvedere al loro sostentamento”.

Vi sono, con riguardo alle ‘libertà’ che si prendevano i padroni sulle serve a servizio, anche dei documenti notarili.

Interessante – racconta Farigu – è quello di un tale di nome Francesco di Salamanca che nel 1455, si era impegnato a pagare una certa somma di denaro alla propria serva Caterina in caso l’avesse forzata a rapporti carnali senza il suo consenso; insomma, sapendo che la carne è debole, aveva in qualche modo messo le mani avanti e si era lavato preventivamente la coscienza, predisponendo un lascito futuro. Un altro atto, è il testamento di un chirurgo di Barcellona che – circa due decenni prima – lasciò tutto il suo patrimonio alla propria serva Benedetta”.

Fortunatamente, oltre che andare a servizio, per le povere fanciulle di allora c’erano anche altre opportunità di mestieri seppure umili e pesanti, non segnati con il disprezzo che veniva riconosciuto alla servitù.

Villanova era anche il quartiere delle fornaie, delle tessitrici, delle locandiere.

Le panetteras sono forse la figura più tramandata e conosciuta: erano – spiega Clauda Farigu – donne molto laboriose e piene di iniziativa. Si occupavano di mille faccende e sapevano abilmente rivendere i loro prodotti nel vicinato per guadagnarsi da vivere. Preparavano il pane, is pardulas, le farinate di ceci chiamate panìssas e la pasta, ma anche sanguinacci di maiale e salsicce secche. Allevavano galline e ne vendevano le uova, pestavano il sale grosso, tostavano mandorle, ceci e nocciole. Fabbricavano reti e nasse per i pescatori, impagliavano sedie e allevavano i trovatelli dietro compenso del Comune. Si racconta che avevano cura di tenere sempre accese le 13 lampade sparse per le vie del quartiere, non tanto per illuminare le vie del quartiere, quanto allo scopo di avere la fortuna di trovare marito. A loro fu dedicato una via ‘Sa ruga de is panetteras’, oggi via Oristano, nonché una maschera del carnevale cittadino”.

Altro lavoro particolarmente ambito perchè ben retribuito – racconta ancora la nostra guida – era fare la balia: ‘Sa dida’ (divenuta poi, anche questa, famosa maschera della tradizione cagliaritana) sostituiva la madre naturale, di famiglia ricca, nell’allattamento del piccolo. Era riservato alle donne sposate e naturalmente praticabile per un periodo di tempo limitato, necessariamente giovani e in buono stato di salute. La balia spesso conservava alcuni privilegi o riceveva delle benevolenze anche quando il suo ‘figlio di latte’ era cresciuto.

Che dire poi de sa matalafera (la materassaia): anche questa era un’occupazione che impegnava molte donne di modesta estrazione a Villanova.

D’altra parte si deve pensare che fino agli anni ‘50 del secolo scorso (e forse anche dopo sopratutto nelle case dei più vecchi) erano in uso i materassi di crine e di lana, che dovevano essere periodicamente vuotati e rinnovati. Il crine era soggetto a maggiore usura, perché si infeltriva e presto diventava duro.

“Era un’operazione che richiedeva alcuni giorni – racconta ancora la guida – e per farlo si chiamava sa matalafera, esperta in materassi, che possedeva is ainas: diversi aghi a seconda del loro uso. Il crine, eliminate le parti sporche o sbriciolate, veniva carminato, ossia pettinato. Poi si procedeva al rifacimento del materasso: era questo il momento più delicato nel lavoro de sa matalafera. La bravura della materassaia era quella di riuscire a riempire la fodera nella giusta quantità e in modo uniforme; il materasso andava poi completato con la trapuntatura in modo che mantenesse con l’uso e nel tempo, un piano perfettamente orizzontale”.

Sa ludaia, invece, prestava la sua opera di rinnovamento della casa.

“Mentre gli uomini (maestri di muro) si occupavano della costruzione o delle riparazioni del tetto, le donne – spiega Claudia Farigu – provvedevano alla manutenzione periodica (di solito annuale) delle pareti interne e del pavimento, in particolare della cucina.

Sa ludaia, impastava una sorta di malta composta di argilla e paglia per intonacare i muri e rifare i pavimenti. Veniva usato lo stesso impasto e per ottenerne l’uniformità lisciavano con la mano, senza l’ausilio della spatola”.

Villanova conosceva tra le sue donne del popolo anche la figura di Sa lissiera: il suo compito era quello di aiutare le ricche famiglie nelle faccende inerenti la pulizia degli indumenti.

Sa lissiera faceva il bucato – racconta Farigu – con l’utilizzo della cenere, col risultato di renderlo bianchissimo. Era in pratica una lavandaia che prestava la sua opera in casa altrui. Già da tempi remoti, per pulire e disinfettare i panni o le stoviglie, si usava sa lissia. Si setacciava la brace con il crivello e poi la cenere ripulita dalle impurità veniva messa a bollire nell’acqua. In seguito, veniva versata sopra i panni appena lavati con il sapone, che prima erano stati ricoperti da un sacco di juta, in modo tale da evitare che venissero macchiati. Dopo un po’ di tempo i panni venivano risciacquati con l’acqua pulita e stesi”.

Ma la cosa peggiore che poteva accadere alla donna del popolo era quella rimanere vedova era una disgrazia, perché non aveva, a quel punto, alcuna protezione sociale e spesso doveva rimettersi a fare i lavori più umili.

“Un esempio – racconta sempre Claudia Farigu – è quello della vedova di un contadino, tale Antonia Manca che nel 1571 si trova a dover fare sa limpiabasseri, ossia pulire il canale di scolo del palazzo, sito in La Calle Major nel Castello, di una ricca famiglia di mercanti di nome Noco.

Per le vedove troppo vecchie, non più in buone condizioni fisiche, rimaneva poi come unica struttura di accoglienza, l’ospedale di Sant’Antonio dove di fatto oltre alle giovani serve incinte, furono ammesse anche coloro che vennero ‘con vecchiaia’ per evitare che morissero di stenti in strada

Tutt’altra vita era invece riservata alle abitanti del quartiere alto di Cagliari, ma questa è un’altra storia.

( … Continua. Nel prossimo numero: le nobili di Castello).

Alberto Porcu Zanda

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