Governo. Il PD se ne lava le mani lasciando agli altri una pesante eredità

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Il centrosinistra ha scelto di stare all’opposizione nessun accordo quindi con i 5stelle tantomeno con Salvini. La mossa del Pd non è dettata dalla

disfatta elettorale del 4 marzo come cercano di farci credere ma per motivi di opportunità politica. Sanno benissimo che Lega e 5stelle, i vincitori, non hanno i numeri per governare ed avendo programmi molto diversi è difficile che possano trovare tanti punti di convergenza per formare un’alleanza di governo. Certo ci sono anche punti in comune come riformare l’Europa ma tanti punti profondamente diversi come il reddito di cittadinanza cavallo di battaglia dei 5stelle che la Lega non condivide e la flax tax che è un punto forte del programma della Lega che non è di gradimento dei 5stelle. Formare un governo con queste divergenze è un’impresa. I dem lo sanno bene e preferiscono la soluzione di comodo mettendosi in disparte lasciando a chi ha preso più voti il compito di sporcarsi le mani per cercare di rimettere a posto la loro pesante eredità. Non a caso Renzi ha detto che il Pd si riprenderà presto. Vorrebbe che il caos, determinato dalla Legge elettorale studiata apposta per per salvare il Pd, costasse caro a chi ha vinto le elezioni. Il primo ostacolo è la scelta dei Presidenti di Camera e Senato ma Salvini è stato abbastanza chiaro in questo le due cariche è giusto che vadano ai vincitori una alla Lega ed una al Movimento, sin qui nulla da eccepire anche se Berlusconi non pare molto soddisfatto della soluzione. Dopo aver nominato i presidenti del Parlamento sarà necessario trovare quanto prima una soluzione per il governo. Bruxelles incalza, le clausole di salvaguardia sono in agguato e l’aumento dell’aliquota dell’Iva al 24,2% va scongiurata perchè finirebbe di deprimere i consumi. La situazione che ha lasciato il Pd non è certamente entusiasmante ed è necessario intervenire subito con misure coraggiose. L’analisi drammatica fornita dall’istituto di via Nazionale parla chiaro e dimostra come rispetto al 2006 la quota di rischio – valutata in base alle caratteristiche del capofamiglia – sia cresciuta (spesso in maniera notevole) per quasi tutte le fasce di età, geografiche e condizione professionale. Unica eccezione i pensionati, la cui percentuale di individui a rischio è scesa dal 19% del 2006 al 16,6% del 2016. In netta salita invece le difficoltà per i nuclei con capofamiglia di età inferiore a 35 anni (quota salita dal 22,6 al 29,7%), per chi vive al Nord (dall’8,3 al 15%) e soprattutto per gli immigrati, dove il rischio povertà è balzato dal 33,9 al 55%. Stabile, invece, pur se a livelli molto elevati, la percentuale di rischio povertà al Sud, che rimane al 39,4% (valore pressoche’ identico a dieci anni prima). Nel 2016 la quota di italiani residenti (quindi nati sia in Italia che all’estero) a rischio di povertà è salita al 23%: si tratta del massimo storico da quando la Banca d’Italia ha iniziato questo tipo di rilevazioni. Per livello di povertà si intende quella classe di persone che dispongono di un reddito equivalente inferiore al 60% di quello mediano.

Giorgio Lecis

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