giovedì, Gennaio 15

Le domeniche senza carrello e l’idea di una società più umana

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che, in Italia, si torni periodicamente a discutere della chiusura dei supermercati la domenica. È come se il Paese oscillasse tra due modelli culturali: da un lato la corsa continua, l’iper‑disponibilità del consumo, l’idea che tutto debba essere accessibile sempre; dall’altro la nostalgia — o forse il bisogno — di un tempo più umano, più lento, più comunitario.

La proposta rilanciata da Ernesto Dalle Rive, presidente di Ancc‑Coop, non è solo una questione di orari commerciali. È una domanda politica e sociale: che cosa vogliamo che sia la domenica? Un giorno come gli altri, in cui la logica del mercato non si ferma mai, o uno spazio protetto, dedicato alle relazioni, alla famiglia, al riposo, alla vita non produttiva?

Il mito della modernità sempre aperta

La liberalizzazione del 2011 aveva promesso un Paese più moderno, più dinamico, più vicino agli standard globali. Ma la modernità, quando è solo apertura continua, rischia di diventare una caricatura di sé stessa. I dati lo confermano: solo una minoranza degli italiani fa la spesa di domenica, mentre i costi per le aziende e il peso sui lavoratori restano alti. È difficile sostenere che un servizio poco utilizzato e molto oneroso sia davvero un simbolo di progresso.

Il lavoro invisibile della domenica

Dietro ogni carrello spinto tra gli scaffali c’è un lavoratore che quella domenica non la passerà con i figli, con gli amici, con sé stesso. La retorica della “libertà di scelta del consumatore” spesso dimentica la libertà — o la mancanza di libertà — di chi quella scelta deve renderla possibile. E non è un caso che proprio i lavoratori della grande distribuzione siano tra i più favorevoli a una regolamentazione più rigida delle aperture festive.

Una questione culturale, non commerciale

La verità è che la discussione sulle “domeniche senza carrello” non riguarda solo la spesa. Riguarda il modello di società che vogliamo costruire. In un’epoca in cui si parla di benessere, di equilibrio vita‑lavoro, di burnout, di comunità, continuare a difendere l’idea che tutto debba essere sempre aperto appare sempre meno convincente.

Non si tratta di tornare indietro, ma di andare avanti in un’altra direzione: quella in cui il tempo non è solo una risorsa da ottimizzare, ma un bene da proteggere.

Il coraggio di fermarsi

Forse la vera modernità, oggi, è avere il coraggio di fermarsi. Di dire che un giorno alla settimana può essere dedicato a ciò che non si compra: le relazioni, la cura, la lentezza, la vita. Le “domeniche senza carrello” non sono una battaglia contro il commercio, ma un invito a ripensare il nostro rapporto con il tempo e con ciò che davvero conta.

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