San Gavino, la Grande Prosa Cedac. “Oja, o Ma’” giovedì in scena con Rossella Faa e Fabio Marceddu

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Riflettori puntati su Rossella Faa e Fabio Marceddu, protagonisti di “Oja, o Ma’”, il divertente spettacolo del Teatro dall’armadio liberamente tratto da “Mia madre e altre catastrofi” di Francesco Abate, in cartellone giovedì 21 marzo alle 21 al Teatro Comunale di San Gavino Monreale per la Stagione de La Grande Prosa organizzata dal CeDAC Sardegna.

Un ritratto di famiglia in cui spicca la figura della madre, una donna formidabile, definita scherzosamente ma non troppo “mangiatrice di tigri”, dotata di senso dell’umorismo ma apparentemente “granitica” e severa, cresciuta in una società patriarcale ma sensibile alle istanze del femminismo, idealista e dotata di spirito pratico, capace di far fronte alle avversità della vita e con una precisa idea sul confine tra il bene e il male.

Nei dialoghi tra madre e figlio, oltre a un ironico affresco della società e della realtà cagliaritana, affiorano emozioni e pensieri illuminanti, come l’intuizione che la gente comune, nel profondo, pur desiderandola, abbia paura della libertà. “Oja, o Ma’” è la trasposizione teatrale della versione in sardo di Cristian Urru del libro del giornalista e scrittore Francesco Abate, firma de L’Unione Sarda e autore di romanzi come “Il cattivo cronista” e “Ultima di campionato”, accanto a “Mi fido di te” e “L’albero dei microchip” scritti con Massimo Carlotto, tra cronaca e noir, l’intenso “Chiedo scusa”, a quattro mani con Saverio Mastrofranco (alias Valerio Mastandrea), “Il Corregidor”, tra storia e mistero, scritto con Carlo Augusto Melis Costa e infine la fortunata serie di gialli incentrati su Clara Simon: “I delitti della salina”, “Il complotto dei Calafati” e “Il misfatto della tonnara”.

«Tornare alla lingua Madre per parlare della Madre per eccellenza, questo è quello che ci permette di fare questa traduzione della esilarante “Mia madre e altre catastrofi” di Francesco Abate nella versione in sardo di Cristian Urru. Per noi» – dicono Fabio Marceddu e Antonello Murgia – «avvicinarci alla Madre di Abate e diventare parte dei suoi cantori è un modo per raccontare la Madre Sarda, nella sua variante casteddaia, una madre granitica e ironica, che non si fa schiacciare dalle sofferenze e dal destino che a volte infierisce, ma che anzi lo domina come una tigre, insegnando ai più deboli a diventare più forti. La riduzione, necessaria per la rilettura si affida al gioco delle parti, dove tutti diventano madri, figlio ed altri attori di questo scenario che è insieme calvario e redenzione, percorso necessario per ritrovarsi, dove Mamai, grande madre, è contemporaneamente “formatrice e lenitrice».

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